La
Magna Carta (1971)
Il G.M.G.
(Gruppo Missionario Giovanile) è un insieme di cristiani organizzati in
più comunità che cercano in comunione col loro Vescovo, secondo diverse
sensibilità, di vivere il Vangelo.
Gruppo:
i suoi appartenenti scelgono l'ascolto della Parola di Dio e la preghiera
comune e personale come momento fondamentale di unione con Cristo e tra
loro, aperti a chi è in ricerca di Lui.
Missionario:
in quanto cristiani, essi si sentono mandati a liberare totalmente l'uomo
nello spirito della nuova novella e sull'esempio di Cristo prediligendo in
stile di povertà gli ultimi, gli emarginati e gli oppressi. Prendere
coscienza di questa missione li porta ad uscire da se stessi per
incontrare gli altri nell'amore sia nell'ambito del gruppo che verso tutti
i fratelli.
Giovanile:
è composto prevalentemente da giovani che fanno del loro stare insieme
non un'esperienza momentanea ma una scelta di vita, ricercando anche la
possibilità di costituirsi in comunità permanenti che siano
profeticamente Suo segno per il mondo.
Organizzazione: periodicamente le
singole comunità si ritrovano insieme in assemblea generale, per momenti
di preghiera comune e di interscambio fraterno. Vige il sistema
maggioritario.
Se vuoi partecipare puoi
venire direttamente ai prossimi incontri consultando il calendario
incontri oppure mandare un e-mail a roberto.giacone@fastwebnet.it

I
VALORI DEL GMG
RELAZIONE DI CARLO
MIGLIETTA TENUTA IN OCCASIONE DEL VENTICINQUESIMO DI FONDAZIONE DEL
GRUPPO, IL 3 MARZO 1996
(Carlo
Miglietta)
E' con gioia e
commozione che dopo 25 anni vogliamo riflettere sui valori che animarono
la nostra esperienza di GMG, Gruppo fondato il 4 novembre 1970: gioia
perché ci accorgiamo che furono intuizioni importanti, che segnarono la
nostra vita per sempre, veri dono di Dio e Sua chiamata alla sequela;
commozione perché ci ritroviamo insieme, noi che insieme elaborammo
quelle scoperte spirituali e che ce le donammo scambievolmente, e tutti
con un lungo cammino alle spalle, di gioie e di dolori, in cui questi
valori sono ulteriormente maturati, le nostre singole vocazioni si sono
definite, abbiamo intrapreso a viverli con altri amici, con la moglie, i
figli...; o forse li abbiamo considerati non vivibili, li abbiamo messi da
parte, o abbiamo fatto altre scoperte che forse ce li hanno sostituiti.
Non vogliamo fare oggi una nostalgica riflessione su "come
eravamo", né la sagra dei rimpianti o delle occasioni perdute: non
è questo un raduno di reduci. Vogliamo invece confrontarci su quei
significati che infiammarono i nostri anni giovanili, per vedere alla luce
della nostra storia se essi erano validi, se vi siamo stati fedeli, se
sono stati punto di partenza per un ulteriore cammino, o se restano ancora
lì ad indicarci una strada, un percorso forse appena intravisto ma poi
perso nelle nebbie della vita.
LA MAGNA CHARTA
Scrivevo su
"La Voce del Popolo" del 1971 che "un giovane che si occupò
per due anni della pastorale dei ragazzi delle scuole medie nella
Parrocchia di S. Teresina, vedendo la mancanza di gruppi per giovani tra i
14 e i 18 anni a forte impegno cristiano, come pure l'urgenza di un lavoro
serio nel campo missionario,... con una decina di ragazzi che aveva
seguito nella scuola media tracciò una "Magna Charta" del
gruppo stesso: il gruppo vi si configurava come esperienza di chiesa,
aperto a tutti per l'attività, dipendente da un sacerdote per la
formazione spirituale ma non parrocchiale nella sua attività, come
richiede il tipo di azione prescelta".
LA SEQUELA DI
CRISTO
Ovviamente, il
fondamento del Gruppo è stata la scoperta di Dio come senso forte della
vita, come risposta alle umane domande, il credere in Gesù come
"via, verità, vita": tutto il discorso del GMG si basa su
questa esperienza di gioia e di liberazione che è la fede. Tutto il
discorso sullo stile GMG, sulle scelte GMG parte dall'essersi innamorati
di Gesù rispondendo "sì" alle sue divine profferte di immenso,
folle, incondizionato Amore: abbiamo scoperto che Dio ci ama di un amore
senza limiti, caldo, dolce, lieto, liberante, e gli abbiamo risposto:
"Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita" (Gv 6,68).
Ci siamo messi alla sua sequela: la sequela Christi è il valore fondante
il Gruppo, senza la quale non si capisce nulla del discorso successivo. E
oggi, amiamo Dio "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la
forza, con tutta la mente" (Lc 10,27)? Abbiamo camminato con Gesù
sulle strade del mondo? O lo abbiamo dimenticato? O lo abbiamo rifiutato,
trovando forse un senso diverso alla nostra esistenza? O ne siamo ancora
in ricerca, e magari attendiamo come allora aiuto dai fratelli per
scoprirlo?
- L'ascolto della
Parola e la preghiera
La centralità di
Gesù Cristo venne ribadita nell'individuare, come dice il primo punto
della Magna Charta, nell'ascolto della Parola di Dio e nella preghiera
comune e personale ... il momento fondamentale di unione con Cristo e
tra" i membri del GMG, "aperti a chi è in ricerca di lui".
In questo ci si volle differenziare da tanti Gruppi di allora, fondati
sullo "stare insieme", sul "fare delle cose insieme":
da Bose, da Taizè, dai Piccoli Fratelli, ma soprattutto dalla prima
comunità della chiesa degli Atti avevamo capito che la comunità doveva
fondarsi sulla preghiera. Una preghiera che fosse molto
"deserto", ascolto, ma anche lode, liturgia preparata e vissuta
attivamente, che permettesse l'espressione di ciascuno, anche nella
propria corporeità. In una mia relazione di quegli anni scrivevo:
"Pregare è' una scoperta: siamo uno dei Gruppi che più lo fanno. Ed
è di questo che ha bisogno la chiesa: se vogliamo scegliere ciò che
piace a lui e non a noi; se vogliamo essere segni della Trascendenza; se
vogliamo essere profezia del Salvatore che viene. La preghiera corrobora,
purifica, chiarisce, selezione il gruppo, lo trasforma, lo unifica, gli dà
speranza, gli dà lucidità. Preghiera comune e personale, anche gli uni
per gli altri".
- La santità
Sempre
dall'incontro amoroso con Dio nasce l'esigenza della santità: e si
intuiva, alla luce del Concilio (LG 40), che tale chiamata alla perfezione
non doveva essere monopolio dei preti e delle suore, ma che doveva
coinvolgere tutti i laici, anche sposati, essi pure chiamati ad una loro
castità, alla povertà, all'obbedienza reciproca e all'Evangelo.
L'EVANGELIZZAZIONE
Riempiti dell'Amore
di Dio, si sente l'urgenza di doverne traboccare verso i fratelli: il
Gruppo nacque come "Missionario", inteso sì come finalizzato al
Terzo Mondo, ma soprattutto come "Missus", mandato ad
evangelizzare. Nel Concilio Chierese GMGino I° ricordavamo che la chiesa,
quando prende coscienza di sé, si scopre per sua natura missionaria, e
che "i laici hanno il proprio compito nella missione di tutto il
popolo di Dio nella chiesa e nel mondo" (AL 2); "a tutti i
cristiani è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino
messaggio della salvezza sia conosciuto ed accettato da tutti gli uomini,
su tutta la terra... I laici ... chiunque essi siano sono chiamati come
membri vivi a contribuire con tutte le loro forze... all'incremento della
chiesa... Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare,
affinché il divino disegno di salvezza raggiunga ogni giorno di più
tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra. Sia perciò loro
aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei
tempi, anch'essi attivamente partecipino all'opera salvifica della
chiesa" (LG 33): e di qui nacquero gli impegni nella catechesi, nella
"cogestione" parrocchiale, i Corsi Biblici, le Giornate
Missionarie in cui annunciavamo nelle piazze la Resurrezione di Cristo.
LA POVERTÀ'
La povertà fu una
delle grandi intuizioni del GMG: gli appartenenti al gruppo, recita la
Magna Charta, "si sentono mandati a liberare totalmente l'uomo nello
spirito della buona novella e sull'esempio di Cristo prediligendo in stile
di povertà gli ultimi, gli emarginati, gli oppressi".
- La scelta dei
poveri
Scrivevamo nel '75:
"In primo luogo, è fondamentale per i credenti la scelta radicale
dei poveri: questo deriva noi dal metterci sulle orme di Cristo, il quale,
in un contesto orante e dedito all'ascolto, capisce e proclama come
derivante dall'alto la sua missione d'annunziare ai poveri un lieto
messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista,
per rimettere in libertà gli oppressi, per predicare una anno di grazia
del Signore" (Lc 4,16-21): questa scelta precisa di Gesù non si
fonda su motivazioni umanistiche o rivoluzionarie, ma sull'obbedienza al
Padre che proprio per questo lo manda. E quali poveri sceglie Gesù? Nel
Vangelo il termine ptochòi, poveri, 21 volte su 26 indica il povero in
senso materiale: poveri, afflitti, affamati, ciechi, storpi, lebbrosi,
sordi, morti, le prostitute e le donne in quel preciso ambiente storico...
Tutti siamo chiamati ad essere, in questo campo, profeti...: ma mentre le
profezie prepolitiche sono desumibili dal Vangelo, le metodologie
politiche non ci sono da esso fornite... Ma... il Vangelo non ammette
alternative: anche gli interclassisti devono chiarire chi hanno scelto,
avanti ogni discorso propriamente politico, e schierarsi con tutte le loro
forze dalla parte dei poveri...".
- Essere poveri
"Le nostre
comunità non soltanto dovranno essere per i poveri, ma vivere esse stesse
uno stile di povertà; la prospettiva della povertà è chiaramente
universale: non vi sono chiamati solo gli Apostoli: "Chiunque di voi
non rinuncia a quanto possiede, non può essere mio discepolo" (Lc
14,33)... Gesù ci dice di vendere ciò che si ha per darlo in elemosina (Lc
6,30-36)...: da ciò comprendiamo come sia ipocrita ridurre la povertà a
un fatto interiore, e come la povertà ... sia rinuncia in funzione della
comunione dei beni. E nella prima comunità cristiana la comunione dei
beni è la risposta alla predicazione di Pietro, è il frutto del seguire
Cristo, che chiama ad un amore che unisce non solo nel cuore e nell'anima,
ma anche nei beni (At 2,42-47; 4,32-35). Si tratta cioè di realizzare
l'uguaglianza per manifestare concretamente anche nei rapporti
interpersonali quale trasformazione profonda ha operato nei credenti quel
Gesù che "da ricco che era si è fatto povero per noi" (cfr.
l'episodio della colletta della chiesa in 1 Cor 16,1 e 2 Cor 8,1-15;
9,1-15)... Inoltre seguire Cristo significa riporre la nostra fiducia il
lui e non nelle ricchezze. In questo senso la povertà diventa
"spirituale", apertura fiduciosa a Dio che si traduce in
un'effettiva povertà, frutto della sua grazia (Mt 19,16-30), e tipica di
chi sa che "non di solo pane vive l'uomo" (Mt 4,4; Lc 4,4). La
ricchezza è, per il Signore, "diavolo", cioè
"divisore", potenza ostacolatrice. Seguire Cristo implica invece
aprirsi a Dio e alle sue esigenze come occupazione primaria (Lc 18,25),
comporta divenire persone di comunione con il cuore e le mani aperte ai
poveri, infine disalienati dall'affanno della ricerca della sicurezza
perché Dio saprà procurare il necessario a chi cerca il regno e la sua
giustizia (Mt 6,25-34; Lc 12,22-31). Non è questione di pauperismo o di
essere più o meno "di sinistra": è questione di essere o no
evangelici". Un'intuizione quanto mai attuale, in un momento in cui
la concezione edonistica e consumistica del capitalismo più sfrenato
imperano, e concetti come solidarietà, educazione alla mondialità,
attenzione agli ultimi, sobrietà di vita sembrano obsoleti.
- La lotta per i
poveri
Dice la Magna
Charta del 1975: "Ogni persona sceglierà la metodologia sociale che
ritiene più opportuna e lotterà insieme a tutti gli uomini di buona
volontà, anche non condividenti la sua Fede". Fummo sempre attenti a
non confondere l'Inopinabile, Gesù Cristo, con le metodologie politiche,
sempre opinabili. E inoltre ci distinguemmo da altri Movimenti, come ad
esempio il Sermig, proprio perché rifiutammo prese di posizione come
Gruppo in campo sociale, invitando invece i singoli ad impegnarsi nei
partiti, nei sindacati, nei Comitati di Quartiere, insieme ai non credenti
e come singoli, sotto la propria responsabilità. "L'intera comunità
sceglie azioni sociali secondo la volontà della maggioranza: 1. nel pieno
rispetto degli altri modi di vedere l'incarnazione dell'unico comando di
amare Dio e il prossimo, in pieno ossequio al pluralismo; 2. ponendo
attenzione a non confondere l'inopinabile, il Cristo, con l'opinabile, le
metodologie d'azione; 3. ben rimarcando ai fratelli che ci guardano come
segni i Lui la differenza tra la Verità del Cristo e l'instabilità e
possibilità di errore di metodologie sociali".
- Il Terzo Mondo
Il Concilio ci
aveva appena ricordato il dovere dell'ugual sollecitudine" per i
problemi degli ambienti in mezzo a cui ci trovavamo e per quelli del Terzo
Mondo. E noi scrivevamo: "Molte volte noi mistifichiamo questo
discorso e con la scusa che "il Terzo Mondo ce l'abbiamo sotto
casa" tralasciamo una seria azione sensibilizzatrice, politica e
assistenziale verso quei fratelli che, lontani da noi, muoiono di fame, di
malattie e di abbandono in condizioni disumane, inimmaginabili e
imparagonabili a nessuna nostra situazione: e di fronte a questa tragedia
di spaventose ed immense proporzioni, non possiamo cero dire che "noi
dobbiamo interessarci dei poveri di qui... L'essere formati a un senso
veramente cattolico di vita ecclesiale e civile ci permetterà di operare
le nostre scelte vocazionali secondo una mentalità veramente cristiana,
aperta cioè al problema di andare per tutto il mondo a predicare il
Vangelo a tutta la creazione (Mc 16,15).... All'interno di ogni comunità,
si prega tanto per le necessità locali come per quelle del Terzo Mondo?
Nelle nostre Parrocchie c'è questo senso universale anche nelle scelte,
nella predicazione? Formiamo coloro a cui facciamo catechesi ad un
corretto interessamento per il Terzo Mondo? Allarghiamo ai problemi
mondiali la visione del Comitato di Quartiere, del partito, dei comitati
scolastici e di fabbrica in cui militiamo, o i nostri discorsi sono sempre
di gretto interesse e con rigurgiti nazionalisti?".
LA VITA COMUNITARIA
"Da questo
riconosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni
verso gli altri" (Gv 13,35). Anche se il Gruppo sottolineò sempre
che la ragione del suo esistere non era l'amicizia e la simpatia
reciproca, ma la comune sequela del Cristo, l'amicizia e l'interscambio
fraterni vennero sempre visti come conseguenza irrinunciabile dell'amore
del Signore. Ecco perché vi fu sempre grande attenzione alla dinamica di
gruppo, alla possibilità che tutti in comunità si esprimessero,
all'accoglienza anche dei fratelli più in difficoltà.
- Le piccole
comunità
Ecco perché anche
la dolorosa scelta di dividerci in piccole comunità che mai superassero i
dieci-quindici elementi, che non era solo finalizzata ad una forma più
capillare e più valida di evangelizzazione (la famosa "reazione a
catena" di cui parlava la Magna Charta del 1975), ma che voleva
essere un modo per mantenere delle autentiche possibilità di amicizia e
di fraternità.
- La comunità di
vita
L'esigenza della
vita comune nella fede ci portò anche a considerare "l'idea di
vivere insieme in futuro, celibi e sposati, a livello di stretta comunione
di preghiera e d'interscambio di beni", con alcune caratteristiche
fondamentali: "insieme dovremo dare testimonianza di preghiera e di
contemplazione: la nostra comunità dovrà essere luogo di riflessione
sulla Parola e lode a Dio, aperta a tutti quanti vorranno a noi unirsi in
questo;... dovremo concretamente servire i poveri e gli ultimi, come
singoli ed insieme, lavorando veramente per, con e da poveri". I
problemi erano molti: qui o nel Terzo Mondo? In che forme concrete? Con
che criteri sceglierci? Ma già allora scrivevamo: "Sempre più viva
va facendosi strada tra noi l'esigenza di scelte a livello di vita che ci
coinvolgano totalmente. Ora non sappiamo come evolverà il GMG, né ci
interessa: esso infatti è il mezzo con cui il Signore ora ci chiama a
servirlo, e pertanto non sarebbe vivere una dinamica di provvisorio il
volere fare progetti per il domani. Però la tensione ad una vita
comunitaria molto intensa è già dell'oggi, ed è indubbiamente una
chiamata che il Signore ci rivolge". In che cosa si è tradotta
questa tensione? Che senso hanno avuto quelle intuizioni? Dove ci ha
condotto o ci può ancora condurre lo Spirito?
L'ECCLESIALITA'
La tensione del
Gruppo fu sempre di essere profondamente uniti alla Chiesa.
- Unione con il
Vescovo
Già il preambolo
della Magna Charta del 1970 insisteva sulla "comunione con il
Vescovo". E nella Charta del 1975 si esplicitava la necessità che in
ogni comunità ci fosse "un presbitero..., il quale mantiene l'unità
con la Chiesa locale e mondiale, spezza il pane e a cui si ricorre in caso
di controversie nell'interpretazione della Parola".
- La Parrocchia
Individuammo
l'ambito privilegiato in cui vivere il nostro essere chiesa nelle
Parrocchie: "esse rappresentano in un certo qual modo la chiesa
visibile stabilita su tutta la terra" (LG 42). Intendevamo la
Parrocchia come "comunità di comunità", ove impegnarsi perché
facessero esperienza di Vangelo e di vita comunitaria anche "gli
isolati". Tale importanza demmo alla vita parrocchiale che ciò
determinò progressivamente lo sfumarsi della dimensione del GMG come
Movimento. Credevamo davvero nella Parrocchia: e alcuni di noi si
impegnarono addirittura in esperienze di "cogestione
parrocchiale", intuendo la possibilità di lavorare in piena
corresponsabilità con il clero. "Si tratta di arrivare a capire come
la Parrocchia non sia "roba da preti", ma "roba di
tutti". Si tratta di capire che come il prete dedica tutte le sue
forze alla comunità, così ogni laico deve darsi totalmente alla
Parrocchia, considerando il suo lavoro come mezzo per mantenere sé e la
famiglia". Ne nacquero esperienze che allora furono veramente
profetiche, anche se non hanno resistito al reflusso postconciliare.
- Il Movimento
Ma per molto
mantenemmo l'aspetto di Movimento. Dicevamo: "E' la nostra forza! Per
non soffocare; per non naufragare (cambi di GMG,... riassortimento); per
non chiuderci; per arricchirci; per essere più Chiesa".
CONCLUSIONE
Scrivevamo nel
1975: "Certamente la chiamata di ciascuno alla santità ed alla
donazione totale ci possono parere realtà conturbanti... E sia a livello
d'identificarci personalmente sempre più a Cristo, sia a livello di
portarlo ai fratelli, sappiamo che non siamo noi a lavorare, ma che è Lui
che opera in noi. E' Lui che fa il primo passo, ci seduce, ci riempie di sé.
Sta a noi solo lasciarci riempire. E a scanso di inutili tensioni per la
nostra pochezza o perché arriviamo a ben poco, Egli, il Maestro buono e
dolcissimo, ci ricorda che "Il Regno di Dio è come un uomo che abbia
gettato il seme sopra la terra; che dorma o vegli, di notte o di giorno,
il seme spunta e cresce, senza che egli sappia come. Poiché la terra
produce da sé prima l'erba, poi la spiga, poi il grano pieno nella
spiga" (Mc 4,26-28). E ci dice: "Come la pioggia a le neve
scendono dl cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra.... così
sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza
effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò
per cui l'ho mandata" (Is 55,10-11).
Non so davvero
perché oggi siamo qui: ma certamente è per obbedienza alla sua Parola:
io ho avuto chiara la sensazione, come poche volte si hanno nella vita,
che il Signore volesse che ci ritrovassimo: forse solo per richiamarci
certi valori, forse per farci fare eucarestia, ringraziamento per
l'esperienza GMG, forse per aprire a ciascuno di noi nuovi orizzonti.
Scrivevamo nel 1971:
"Il Signore ci
ha fatto capire molte cose, altre ce le farà capire. Chiediamogli
incessantemente il suo Spirito, per essere "sale" in qualunque
ambito, per cantare al mondo, con le nostre canzoni,
- che egli è
entrato nella nostra vita e l'ha trasformata con il suo amore;
- la gioia che ha
dato a me, nella pace che viene da te;
- perché ci ha
dato la sua libertà;
- perché siamo
Suoi bambini e abbiamo bisogno di lui;
- perché continua,
nella pace del vento, a venire con noi, continua, sulle strade del mondo,
a venire con noi;
- che io esulterò
e gioirò nel mio Signore e mi allieterò nel Dio mio Salvatore;
- e la gioia sui
volti splenderà".
Torino, 3 marzo
1996