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Sommario:
"Noi
esistiamo": la campagna in difesa dei poveri di Roraima da Jesus
di Aprile 2004
RORAIMA: GOVERNO BRASILIA CONFERMA OMOLOGAZIONE TERRE RAPOSA/SERRA DO SOL
(10 gennaio 2004)
LIBERATI I TRE MISSIONARI DELLA CONSOLATA RAPITI IN BRASILE
(7 gennaio 2004)
Coloni aggrediscono una missione indios
(6 gennaio 2004)
Intervista
di P. Silvano Sabatini ad André Vasconcelos, coordinatore della
Campagna Nós Existimos (30 Settembre 2003 ore 22 circa)
Moria
di animali lungo i fiumi amazzonici probabilmente per un batterio
sconosciuto Giornale di Brescia 4 febbraio 2003
Porto
Alegre 2003: un bilancio di Redazione (redazione@vita.it)
29/01/2003
DIARIO
DA PORTO ALEGRE. La Gazzetta del Mezzogiorno 29.01.2003
La
marcia di Porto Alegre, 30 mila «sì» alla pace Corriere della Sera
24/01/2003
Porto
Alegre, scatta l'ora delle strategie Il Nuovo 22.01.2003
PERCHE’
LULA E’ TRA I «NO GLOBAL» Corriere della Sera del 21/01/2003
Almeno
in 100 mila a Porto Alegre contro la guerra e il neoliberismo Corriere
della Sera del 21/01/2003
MARCOS
VERON UCCISO IN BRASILE DAGLI SGHERRI DEI FAZENDEROS La Stampa
18/1/2003
il
manifesto - 14 Gennaio 2003 Mogano nelle scuole
BRASILE/
LA TESTIMONIANZA Il Corriere della Sera 30 dicembre 2002
La
Voce del Popolo del 27 gennaio 2002
Il
Sole 24 ore del 28 gennaio 2002
Il
Giornale del Piemonte del 31 gennaio 2002
La
Repubblica del 31 gennaio 2002
La
Stampa del 31 gennaio 2002
Il
Nostro Tempo del 3 febbraio 2002 (articolo di Carlo Miglietta)
Il
Nostro Tempo del 3 febbraio 2002 (articolo di Cristina Mauro)
La
Voce del Popolo del 27 gennaio 2002 (articolo di Carlo Miglietta)
Diocesi
di Torino
La
Voce del Popolo del 10 febbraio ’02 (articolo di Carlo Miglietta)

"Noi
esistiamo": la campagna in difesa dei poveri di Roraima
Da Jesus di Aprile 2004
Fanno fronte comune. Ed è la vera novità. Tra gli Stati che
compongono la Repubblica federale del Brasile, quello di Roraima è il
più settentrionale. Confina con il Venezuela e la Guyana; conta oltre 300
mila abitanti, di cui circa 50 mila indios (Macuxi, Yanomami, Wapichana,
Ingarikò, Taurepang, Patamona, Waimiri Atroari, Wai Wai); abbraccia ampie
porzioni di foresta amazzonica e di savana. È ricco di oro e diamanti; il
sottosuolo custodisce, tra l’altro, il tantalio, un minerale oggi molto
ambìto giacché con esso si fabbricano telefonini e computer.
A Roraima, indios, piccoli agricoltori ed emarginati urbani per la
prima volta insieme rivendicano diritti e avanzano proposte
economico-sociali. La campagna cui hanno dato vita si chiama Nós
existimos, "Esistiamo anche noi". Tanti, gli obiettivi
dichiarati: si chiede il rapido riconoscimento legale della terra indigena
non ancora "omologata" (la regione Raposa Serra do Sol in primo
luogo), la difesa delle aree indigene già definite, l’approvazione
dello Statuto dei popoli indigeni, la regolamentazione dello sfruttamento
minerario e della presenza militare nelle zone popolate dagli indios.
Non solo: si sollecitano la concessione dei titoli di proprietà della
terra ai piccoli agricoltori, congrui investimenti per un’agricoltura
familiare ecocompatibile, il blocco dei latifondi e delle industrie con un
devastante impatto ambientale. Infine, si invoca la creazione di posti di
lavoro per gli emarginati urbani, la lotta contro la violenza, la
corruzione e l’impunità.
Ufficializzata nel Forum sociale mondiale svoltosi a Porto Alegre nel
gennaio 2003, appoggiata in Brasile dai sindacati, dalle organizzazioni
che si battono per i diritti umani e dalla Chiesa cattolica (il vescovo di
Roraima, monsignor Aparecido José Dias, in testa) la campagna Nós
existimos varca ora le frontiere dell’America meridionale e approda in
Europa. In Germania, ad esempio, è rilanciata dalla Pro Regenwald di
Monaco. In Italia, è promossa dai Missionari della Consolata di Torino,
dal Comitato Roraima, da Movimondo e da altri gruppi, enti, associazioni.
La Regione Piemonte (per la precisione: l’assessorato al volontariato e
agli affari internazionali guidato da Mariangela Cotto) ha finanziato in
parte il progetto di comunicazione "Piemonte, Roraima e dintorni,
prove tecniche di globalizzazione dei diritti" volto a documentare e
a far conoscere la Campagna.
Chi vuole può aderirvi visitando i siti www.missioniconsolata.it o
www.giemmegi.org, firmando l’appello e spedendolo a: Missioni Consolata,
Nós existimos, corso Ferrucci 14, 10138 Torino; telefono: 011/44.00.400
(ore 15,30-19). Per eventuali offerte di denaro: conto corrente postale
numero 33405135 intestato a Missioni Consolata Onlus, corso Ferrucci 14,
10138 Torino, specificando come causale del versamento Nós existimos.
Alberto Chiara

RORAIMA:
GOVERNO BRASILIA CONFERMA OMOLOGAZIONE TERRE RAPOSA/SERRA DO SOL
BRAZIL
10/1/2004 16:29
Il ministro della Giustizia del
governo federale, Márcio Thomaz Bastos, ha confermato l’omologazione
(cioè la definitiva assegnazione) delle terre della riserva indigena
Raposa/Serra do Sol, nello stato di Roraima, nel nord del Brasile. Bastos
ha confermato la decisione al governatore dello Stato, Flamarion Portela,
giunto a Brasilia per incontrarsi con il ministro ed il presidente Luiz
Inácio Lula da Silva. Da questo vertice e dal lavoro che, dalla prossima
settimana, sarà realizzato dal costituendo comitato di transizione,
dovrà scaturire una soluzione per tutti i problemi della zona, sia quelli
degli indigeni che dei piantatori di riso. Nel comitato siederanno
rappresentati del ministero stesso, del governo dello Stato di Roraima, di
Casa Civil, Funai (Fondazione nazionale dell’indio) e Incra (Istituto
nazionale di colonizzazione e riforma agraria). Bastos ha categoricamente
escluso dei passi indietro nell’omologazione delle terre, prevista per
la fine di gennaio, dopo trent’anni di lotte sociali, e ha assicurato
che il processo di pacificazione sarà garantito da un contingente
militare che verrà inviato sul posto per tutelare la sicurezza della
popolazione locale. I ‘fazendeiros’(latifondisti), da parte loro,
hanno deciso di rimuovere una parte dei blocchi stradali che interessavano
soprattutto le autostrade 174 e 401 e precludevano l’accesso alla
capitale Boa Vista e a tutta la riserva Raposa/Serra do Sol. In città,
ormai, i mezzi di sostentamento e il carburante stavano cominciando a
scarseggiare. "Il nostro non è un gesto di debolezza" ha detto
Agenor Fátio, uno dei ‘fazenderos’ leader dei settori contrari all’assegnazione
definitiva della terra agli indigeni. "Al contrario – ha aggiunto
– siamo più forti che mai". Poi ha concluso ricordando ai suoi che
"siamo in guerra". A Raposa/Serra do Sol sono circa 15mila gli
indios, appartenenti alle etnie Macuxi, Wapixana, Ingarikó, Patamona e
Taurepang, che vantano un diritto di proprietà sul milione e 700mila
ettari circa di terreni che lo Stato ha deciso di assegnare. Coltivatori
di riso, ‘fazendeiros’ e imprenditori dello Stato di Roraima vogliono
che rimangano escluse dall’omologazione le città e le ‘fazendas’
sorte su queste terre. Lo scorso 6 gennaio un gruppo di indigeni
manipolati da queste forze sociali ha rapito tre missionari della
Consolata a Surumù, a 220 chilometri dalla capitale Boa Vista, e li ha
detenuti in ostaggio fino all’8 gennaio. La missione è stata depredata
e devastata.[LL]

LIBERATI
I TRE MISSIONARI DELLA CONSOLATA RAPITI IN BRASILE
- Intervista con
fratel Carlo Zacquini -
Si è conclusa felicemente la
vicenda dei tre missionari della Consolata rapiti il 6 gennaio nello Stato
brasiliano di Roraima: i tre – un brasiliano, un colombiano ed uno
spagnolo – sono stati rilasciati ieri sera dai sequestratori, un gruppo
legato ai coltivatori di riso e contrario alla redistribuzione della terra
a favore degli indios. Ma la paura per la loro sorte è stata molta, come
conferma fratel Carlo Zacquini, da 40 anni impegnato nella pastorale
indigena in Brasile, intervistato da Andrea Sarubbi:
R. – Noi abbiamo avuto paura
perché sono coinvolti non-indios, e poi c’era gente ubriaca; uno dei
tre missionari ha fatto subito una dichiarazione dicendo di avere avuto
paura che li uccidessero: li hanno minacciati, si sono sentiti molto
umiliati, in una situazione abbastanza difficile.
D. – Fratel Carlo, qual è il
panorama della presenza indigena a Roraima?
R. – E’ una savana abbastanza
arida, dove gli stessi indios allevano bestiame; adesso si vedono con
questa terra ancora invasa dai grandi latifondisti che fanno grandi
piantagioni di riso con uso abbondante di agrotossici che causano problemi
seri non solo alla fauna ma anche alle persone che si lamentano di
malesseri dovuti a queste sostanze tossiche.
D. – Come sono riusciti questi
latifondisti a farsi appoggiare da una parte – si dice il 20 per cento
– della popolazione indigena?
R. – Uno dei punti su cui fanno
forza è, per esempio, quel villaggio in cui sono stati tenuti prigionieri
è un villaggio dichiaratamente protestante; ora, i missionari protestanti
orientano la popolazione a non lottare per la propria terra perché –
insegnano i missionari – la loro terra è in cielo: ecco una posizione
facilmente sfruttabile. Il governo ne approfitta e in quel villaggio
finanzia opere sociali ed altre attività per tener buona la gente, per
averla dalla sua parte.
D. – Fratel Carlo, immagino che
questo rapimento sia soltanto lo specchio delle tante pressioni che voi
missionari siete costretti a subire in quella zona ...
R. – Per carità! Là bisogna
sempre fare attenzione a dove si va, come si fa e quando si parte ... ci
sono missionari che sono stati minacciati di morte già da anni e devono
fare attenzione alle imboscate ... i mezzi di comunicazione sono tutti
contro la Chiesa, in questo campo, perché sanno che l’appoggio della
Chiesa agli indios è estremamente importante!
D. – Torniamo su Lula. In
campagna elettorale il presidente aveva puntato molto sulla questione
indigena. Sta mantenendo la promessa di difendere gli indios oppure no?
R. – Per ora, io direi che i suoi
interventi sono stati troppo timidi, inaspettatamente timidi. Noi siamo
rimasti veramente malissimo da questa situazione: ci rendiamo conto che
lui non ha la maggioranza in Parlamento e quindi ha bisogno dei voti anche
dei politici di Roraima. Ma mi sembra che questo non possa giustificare le
lungaggini che sono già costate altre vite, per cui mi pare dovrebbe fare
una seria riflessione, l’attuale governo, e dare prova di maggiore
decisione.
da radio vaticana
Inizio
pagina

Coloni
aggrediscono una missione indios
Il coordinatore della Pastorale
indigenista di Roraima, in Brasile, racconta i soprusi subiti dagli indios
nella riserva Raposa Serra do Sol. L'ultimo episodio riguarda un gruppi di
coloni che hanno assaltato un centro missionario, distruggendolo e
prendendo in ostaggio tre persone
10 gennaio 2004 - "Sono entrati nel
centro cattolico per gli indigeni di Sorum. Hanno saccheggiato l’ospedale,
la scuola e la mensa. Poi hanno preso tre missionari in ostaggio. Li hanno
appesi nel centro del villaggio vicino e li hanno umiliati,
torturati". A raccontare l’assalto da parte di un gruppo di coloni
nella riserva indigena di Raposa Serra do Sol, nel nord dello stato
amazzonico di Roraima, in Brasile, è il coordinatore della Pastorale
Indigenista a Roraima, Fratel Carlo Zacquini. "Sono trentanove anni
che vivo in Brasile, qui tra gli indios, e da sempre sono testimone di
questi soprusi – racconta il missionario della Consolata – Questo
episodio è l’ennesima brutalità fatta dai coloni. A scatenarne l’ira,
questa volta, è stata la dichiarazione del Ministro della Giustizia del
23 dicembre scorso. A quanto pare Lula finalmente firmerà a breve il
documento di riconoscimento della proprietà della terra Raposa do Sol
agli indigeni. Questo significa che presto tutti coloro che occupano
illegalmente le terre dovranno andarsene".
I coloni, furiosi, hanno
organizzato anche una manifestazione a Boa Vista, la capitale dello stato,
e ne hanno bloccato le tre strade d’accesso. "Non vogliono
arrendersi – riprende fratel Carlo – Nonostante non ne abbiano nessun
diritto, continuano ad occupare l’area con la forza. In questa zona sono
presenti perlopiù coltivatori di riso ma anche qualche allevatore.
Scorrazzano indisturbati, torturano e uccidono gli indios come fossero
bestie. Ho visto uomini marchiati a fuoco. Donne e bambini maltrattati. E
tanti, troppi morti". In queste terre vivono varie popolazioni indios:
Makuxi, Wapichana, Ingariko’, Taurepang, Ianomami e Patamona. Nella
lotta per il riconoscimento dei propri diritti sono sostenuti dal
Consiglio Indigeni del Roraima (CIR).
"La notizia che presto
arriverà la firma di ratifica del riconoscimento della proprietà
indigena ha riacceso le speranze in questa zona – spiega il missionario
– Finalmente potranno essere inserite nel catasto federale e ottenere la
piena legalità. E’ tutto pronto. Manca la tanto attesa firma. Questa
gente se la merita. Ne ha bisogno. E diritto. Le centinaia di coloni
usurpatori devono andarsene. Sono deleteri. Per i propri interessi non si
fanno nessun tipo di scrupolo. Ho visto Ianomami armati di fucili uccidere
altri Ianomami per semplici screzi. Eppure il fucile non fa parte della
loro cultura. Sono i coloni ad armarli, a pagarli, sperando che si
eliminino a vicenda. Un mese fa, in uno scontro a fuoco, è stato ucciso
persino un infermiere di una Ong che stava curando un gruppo di indios
nella foresta. Per non parlare dei danni che i coltivatori provocano all’ecosistema
– aggiunge -. Per colpa degli agrotossici stanno morendo migliaia di
uccelli. I fiumi sono inquinati. E gli indios vivono di questa
acqua".
Fratel Carlo spera dunque nel
pronto intervento del presidente brasiliano. "La terra agli indigeni
era una delle sue priorità in campagna elettorale – sottolinea – e
gli indios credevano in lui. E’ già passato un anno. Speriamo che
questa volta sia fatta giustizia. Eppure in Brasile ci sarebbe terra per
tutti. Posto per tutti. Se si rispettassero gli altri". Il Roraima
occupa una superficie di 300.000 chilometri quadrati. Il 43 per cento di
questa è indigena. "Il futuro di questa gente è appesa alle
decisioni di Lula – conclude il missionario -. Spero che dia presto un
segnale concreto del suo impegno. La situazione sta precipitando".
Stella Spinelli
Inizio
pagina

Intervista
di P. Silvano Sabatini ad André Vasconcelos,
coordinatore della
Campagna Nós Existimos
30 Settembre 2003
ore 22 circa
P. Silvano:
André raccontami alcune cose caratteristiche di questo incontro
che avete avuto a Rorainopolis in questi giorni.
André: A
questo incontro nel sud dello stato di Roraima hanno partecipato
21 leader indigeni, 21 agricoltori e 21 rappresentanti del
lavoratori emarginati delle città. Sono stati accolti dalla
comunità locale, dalle famiglie che li hanno ospitati e che si
sono dimostrate interessate. L’ l’incontro verteva sulla
necessità di costruire una proposta che unisse indios,
agricoltori e lavoratori emarginati delle città alla ricerca di
una maggiore dignità. In questo senso tutti gli incontri di
interscambio di solidarietà che si stanno realizzando sono molto
interessanti. Noi riteniamo che questi incontri di solidarietà a
cui partecipano le tre componenti dello stato di Roraima facciano
parte della strategia della Campagna Nós Existimos. Noi non
vogliamo che la diocesi di Roraima ci presenti qualcosa di già
preconfezionato, ma a partire dal dialogo e dall’ascolto
reciproco, vogliamo raggiungere una convivenza armoniosa tra
indios, lavoratori rurali ed emarginati delle città, e costruire
quindi nuove strategie, nuove alternative di lotta.
P. Silvano:
Che cosa si è detto, in questo incontro, di situazioni
"magari non normali"?
André: I
tre incontri del primo semestre del 2003 sono stati di pura
conoscenza; nell’ultimo, invece, il quarto, abbiamo cercato di
essere più dinamici e concreti. La Campagna si propone di
interagire meglio tra i tre gruppi e di offrire delle prospettive
alternative. Questo municipio di Rorainopolis, nel sud dello stato
di Roraima, è un caso lampante di disattenzione dello stato verso
la popolazione. Ci sono una serie di opere incompiute. Uno degli
obiettivi è stato quello di valutare queste opere incompiute,
costruite dal municipio di Rorainopolis. Il governo federale aveva
stanziato più di quattro milioni di Reais (€ 1.333.000 ndr) per
la costruzione di queste opere che non hanno avuto compimento. Il
sistema delle fogne non è finito: per costruire questo sistema di
fognature si sono spesi oltre due milioni di Reais (€ 666.000
ndr), ma tuttora mancano gli allacciamenti alle abitazioni. La
stessa cosa è successa per un ospedale pubblico: le installazioni
sono costate più di un milione di Reais (€ 333.000 ndr) , ma
l’ospedale non sta funzionando, sia per mancanza di personale
sia perché è stato costruito in una forma inadeguata: non si può
nemmeno installare un’apparecchiatura per raggi X o altri
strumenti. Altra realizzazione incompiuta è una "casa"
per la produzione di farina di manioca realizzata per intervento
di un deputato. Inaugurata due anni fa, non funziona perché
nessuno si è preoccupato di programmare la produzione di manioca
con cui ottenere la farina. Si è costruita una casa abbastanza
esuberante, ma è un’opera non finita e quindi non utilizzabile.
Successivamente abbiamo visitato un mercato comunitario, non
terminato, che non attende alle aspettative della comunità, un
campo sportivo, una palestra all’aperto costata centomila Reais
(€ 33.000 ndr) di cui esiste solamente la struttura metallica.
In totale sono state visitate sette opere che non rispondono agli
obiettivi per i quali erano stati stanziati i soldi. Questa
esperienza di non rimanere solo in un luogo chiuso, ma di andare a
visitare queste opere e quindi di interagire con la realtà locale
è stata fortemente elogiata. Le persone si rendono conto che non
possono più accettare questa situazione imposta, ma che bisogna
cercare nuovi cammini che richiedono molte discussioni, molti
dibattiti.
P. Silvano:
E’ vero che qualcuno voleva impedirvi di fotografare le opere?
André: Si
è vero. Un giovane wapichana stava filmando le fognature non
finite ed è stato fermato dalla polizia. Quando è arrivato il
gruppo dei partecipanti all’incontro, di 60 persone, la polizia
non ha più potuto impedire le riprese. Io come giornalista non
ero li; perché ero impegnato in una riunione con la CUT. Mi
trovavo con undici sindacalisti, e lei sa bene che i sindacalisti
hanno un’esperienza maggiore dei contadini su come affrontare la
polizia. Quando sono arrivato ho cercato di forzare un po’ la
situazione. Gli indios hanno commentato questo episodio dicendo
che se fossero stati in territorio indigeno avrebbero sequestrato
i poliziotti, ma essendosi trovati in territorio
"bianco", hanno rispettato l’azione dei leader
"bianchi". Questa dichiarazione degli indios è molto
bella perché dimostra che, se i bianchi avessero deciso di
affrontare la polizia, gli indios si sarebbero schierati dalla
loro parte. Un’esperienza molto interessante.
P. Silvano:
Quali sono le caratteristiche più significative di
quell’incontro?
André:
Oltre alla visita alle opere pubbliche non finite, la cosa
importante è stata quella di stabilire delle relazioni di
solidarietà con la popolazione. Nell’incontro alla Raposa Serra
do Sol (aprile 2003) si è creata una solidarietà molto forte tra
agricoltori e indios. Perché ci sono in comune delle lotte molto
simili come quella per il diritto alla terra e si stabiliscono
facilmente delle relazioni. Le relazioni con gli emarginati della
città sono diverse perché la città ha una realtà molto più
complessa, e le loro lotte vertono soprattutto sulla ricerca di un
impiego e la lotta contro la corruzione. Il secondo incontro fu
nell’area di Apiaú: è stato un incontro che ha segnato
profondamente la vita di quella comunità. Il terzo incontro a Boa
Vista è terminato con una marcia per le strade contro la
corruzione. In questo quarto incontro abbiamo deciso di fare
un’ulteriore marcia e, visto che la città è più piccola, ha
avuto un impatto maggiore che a Boa Vista. Molte persone si sono
sorprendentemente aggregate alla marcia, sebbene non avessero
partecipato ad incontri anteriori. Abbiamo voluto dimostrare che
la popolazione non è soddisfatta. E’ stata una marcia
organizzata contro la corruzione ma anche a favore degli indios,
della Raposa Serra do Sol, a favore dell’agricoltura familiare,
per gli incentivi agricoli, per la creazione di impieghi. Siamo
passati, marciando, davanti alle opere non compiute ed è stato un
momento di formazione per la popolazione locale che ha seguito la
marcia. Perché questo incontro si è proposto come momento di
analisi della realtà. Questo confronto con la realtà non è ben
visto da chi ha il potere. La marcia è stata positiva. Dopo
questa marcia l’incontro è continuato. La marcia ha a avuto
luogo nel secondo giorno. Nel terzo giorno si è svolto un
dibattito, una discussione in gruppo per trovare proposte su come
agire. Certamente la solidarietà non finisce con l’incontro. Le
proposte principali emerse dall’incontro sono divise in quattro,
anzi cinque aree. Esiste una necessità molto grande di
informazione. Nelle zone rurali non ci sono giornali, arriva
solamente la radio del governo, internet non esiste, non c’è
televisione (esiste solo nelle grandi città). Esiste una necessità
immensa di scambio di informazioni che porti una conoscenza
migliore. Se non si sono uniti prima indios, agricoltori e
lavoratori delle città, è dovuto in parte alla non conoscenza
delle problematiche di ciascuno. Esiste una distanza e una
contrapposizione, stimolata dal governo locale, tra queste tre
componenti, e gli incontri si propongono di ridurre questa
distanza. E’ importante fare un giornale popolare. Un altro
settore di intervento è quello della formazione: i vari gruppi
che compongono la Campagna già offrono una formazione per i loro
dirigenti. I leader indigeni, per esempio, sono costantemente in
riunione. Gli agricoltori attraverso le loro entità
rappresentative, come la CUT e la pastorale della terra, hanno i
loro programmi di formazione che parlano della realtà specifica
degli agricoltori. Nella città la CUT e le altre pastorali hanno
un processo costante di formazione. Però manca l’interazione
tra queste realtà e questo è ciò che ci proponiamo di
realizzare. La formazione specifica di ogni settore è molto
importante, così pure è importante la socializzazione. Noi non
vogliamo trovare dei programmi alternativi, ma all’interno dei
programmi che già esistono, trovare una metodologia affinché
ogni gruppo non discuta solamente della propria realtà, ma possa
interagire con gli altri. Questo è il lavoro che stiamo iniziando
e per ora non sono molte le persone coinvolte, circa 60. Noi
vogliamo cercare di interagire con tutti coloro che già si
occupano di pastorale di indios, di agricoltori, di emarginati
delle città. Io penso che, approfittando delle strutture che già
abbiamo, potremo coinvolgere circa tremila persone. Un altro
settore di intervento, ed è sorta una proposta molto
rivoluzionaria, è la creazione di una Banca di Solidarietà.
Un’agenzia finanziaria che, a partire dai fondi limitati che già
esistono, potrebbe appoggiare delle iniziative nell’area della
produzione. E’ un’idea nuova, audace, è uno degli obiettivi
che ha bisogno di approfondimento perché tutto il dibattito è
incentrato su come liberare le persone dalle strutture di potere
da cui dipendono, dalle false promesse elettorali. Un altro
dibattito è stato sulla commercializzazione dei prodotti. E’
chiaro che l’autonomia della Campagna e delle organizzazioni
sociali passa necessariamente per l’autonomia economica.
Esistono oggi in Brasile quelli che noi chiamiamo mediatori, che
guadagnano su quello che noi produciamo. E’ un dibattito
affascinante, è la ricerca di un commercio di giustizia. Bisogna
fare in modo che gli indios e gli agricoltori possano
commercializzare tra loro i prodotti, perché gli indios non
devono comprare riso dal latifondista che ha invaso le loro terre
e l’agricoltore non può smettere di coltivare il suo riso o i
suoi fagioli solo perché ci sono i latifondisti che lo stanno già
facendo. Bisogna generare una domanda che rompa con questa
struttura di monopolio che soffoca la popolazione. E’ necessario
costruire un interscambio tale che tutti possano guadagnare. Al di
la dei mediatori c’è una rete di politici corrotti che
approfitta della situazione, per esempio nel campo dei trasporti,
dove gli agricoltori sono totalmente dipendenti da questi
politici. E se gli agricoltori non sono d’accordo con questi
politici non hanno la possibilità di commercializzare i loro
prodotti perché viene loro negato l’accesso ai trasporti.
L’idea è di eliminare queste mediazioni e di creare una rete di
commercializzazione giusta dei prodotti per arrivare ad
un’autonomia economica e conseguentemente politica. Si possono
organizzare delle cooperative che possano trasportare direttamente
le merci in città. Quindi formazione, informazione,
commercializzazione, trasporti e finanziamenti di solidarietà.
P. Silvano:
Questi obiettivi, dall’inizio della Campagna ad oggi, sono
cresciuti? Si è presa più coscienza?
André: Un
agricoltore, un leader sindacale, ha detto durante l’ultimo
incontro, che noi dobbiamo essere prudenti perché il nostro
progetto è molto audace e non possiamo commettere sbagli
nell’esecuzione. Il governo locale infatti, sebbene corrotto, può
attaccarci con i suoi avvocati, e sviare fondi. Perché rompere
con la dipendenza economica e politica, costruire una sinergia tra
indios, agricoltori ed emarginati delle città, significa cambiare
la storia di Roraima. Questo intervento è stato appoggiato da
tutti i presenti all’incontro. Noi abbiamo coscienza che questa
Campagna destruttura la struttura del potere locale. Esiste la
consapevolezza della necessità di costruire una proposta
economica e politica, ma non possiamo pensare di risolvere la
situazione da un momento all’altro. E’ necessario fare dei
passi chiari, concreti. Ma questo è sicuramente un cammino che
genererà una grande trasformazione a Roraima.
P. Silvano:
Quali altre osservazioni potresti fare?
André: Il
municipio in cui abbiamo realizzato il quarto incontro si trova
sulla strada che unisce Manaus a Boa Vista. Rorainopolis è una
città costruita senza alcun progetto. Più del 90% della
popolazione è immigrata o di famiglie immigrate. La gente locale
è lavoratrice, onesta, che lotta. Ma è un popolo senza
protezione. Vive in una condizione di miseria, di sfruttamento
estremo; veniva già da una situazione di miseria dal nord est
brasiliano, alla ricerca di una terra promessa, perché qui c’è
acqua e terra fertile, tutte le condizioni per vivere bene. Sono
usciti da un momento critico della loro vita nel nord est, di fame
e di siccità, e oggi cominciano a capire che cosa vuol dire
essere cittadini. E non si accontentano più delle
"briciole" dei politici. Sono lavoratori, sanno che la
terra è fertile e che con un po’ di organizzazione potrebbero
vivere meglio. Stanno prendendo consapevolezza di avere dei
diritti. Il popolo onesto, lavoratore è oggetto di sfruttamento,
vive una situazione difficile perché altri si sono appropriati di
ciò che era loro per diritto.
P. Silvano:
Sull’incontro dell’ Apiaú (aprile 2003) cosa mi puoi dire?
(Nel 1999, in un incontro di animatori pastorali realizzati a Sao
Luis de Anauá, ricordo vi parteciparono alcuni agricoltori
dell’Apiaú. Uno di loro abitava esattamente nel luogo dove nel
1953 esisteva una maloca indigena. Io lo feci notare. Mi aggredì
urlando :"E’ tutto falso. Non ci sono mai stati indios in
quell’area". Io, risposi: "Vuoi che ti presenti
centinaia di fotografie che attestano la loro presenza?".
Rispose urlando: "Voi, preti, siete solidali soltanto con gli
indios e li vedete dappertutto…").
André:
Apiaú e Rorainopolis sono due realtà diverse, però le
condizioni di vita dei lavoratori sono simili: pessime condizioni
delle strade, terre nella foresta mal distribuite e famiglie
abbandonate alle loro necessità. L’incontro dell’Apiaú è
stato un precedente per capire che cosa potevamo fare in futuro.
La proposta di fare l’incontro nel sud dello stato, a
Rorainopolis, è sorta proprio nell’incontro dell’Apiaú. Si
è arrivati alla conclusione che in Roraima ci sono diverse realtà.
Apiaú è una realtà di agricoltori. Non è completamente diversa
dalle altre realtà ma ha la sua peculiarità. Apiaú è più
vicina a Boa Vista, ha avuto un processo di colonizzazione
recente, un’organizzazione più forte dei lavoratori. Le
condizioni di produzione sono diverse. Apiaú è un’area più
vicina agli Yanomami, (in terre strappate direttamente a loro),
c’è più consapevolezza di abitare vicino ad un’area
indigena. Rorainopolis, invece, si trova al margine della strada
BR 174: è un area di traffico intenso e ci sono delle realtà
diverse. La gente lavora molto con il legno. Ad Apiaù c’è
sfruttamento di legname ma, diversamente da Rorainopolis, non ci
sono segherie. Rorainopolis è una città che è esplosa
demograficamente negli ultimi 6 – 7 anni, da quando è stata
trasformata in municipio. E’ una piccola città, ma con un
grande caos sociale, c’è più violenza, prostituzione, droga,
morti… Questa città si trova a metà del cammino tra Manaus e
Boa Vista, esattamente a metà. E’ una città piena di
avventurieri, provenienti da Boa Vista, dallo stato di Amazonas:
sono sfruttatori di legname, sono anche sfruttatori della
prostituzione femminile e infantile. L’incontro di Rorainopolis
è stato più intenso dell’incontro dell’Apiaú per la sua
dinamica. Il confronto con la realtà è stato maggiore. Abbiamo
capito come l’organizzazione popolare può cambiare i cammini
della storia.
P. Silvano:
Andiamo in area indigena, che cosa è stato più importante
nell’incontro di Maturuca?(fine marzo-inizio di aprile).
André:
L’incontro di Maturuca è stato il primo, e la prima cosa che
emerge è la novità. La sorpresa di capire, da parte degli indios,
di avere degli alleati. Perché i popoli indigeni nel corso di
questi anni pensavano che i loro alleati fossero solo gente al di
fuori dello stato di Roraima. Cittadini stranieri e organizzazioni
in difesa dei diritti umani. Ma dagli indios il popolo di Roraima
è sempre stato visto come un popolo anti indigeno. La novità
emersa dall’incontro di Maturuca è stato il fatto che gli
indios abbiano chiesto scusa per aver parlato male dei bianchi.
"Noi stiamo parlando male dei bianchi", hanno detto gli
indios, "ma non stiamo parlando male di voi bianchi che siete
qui. Parliamo male dei bianchi che hanno interessi nell’area
indigena, che invadono la nostra terra, che maltrattano gli indios,
che uccidono…". L’incontro è avvenuto due mesi dopo la
morte di Mota, dall’esecuzione di questo indio Mota. Per gli
indios, capire che gli agricoltori sono solidali con loro, è
stato "scioccante". Gli indios hanno un grandissimo
rispetto per la Chiesa, ma anche un grande rispetto per la CUT. Si
sono interessati per capire che cosa è la CUT come sindacato.
Hanno dimostrato grande interesse anche per la Commissione sulla
pastorale della terra e anche per il Centro di difesa dei diritti
umani e di altre organizzazioni che fanno parte della Campagna.
Paolo, leader degli agricoltori, dopo l’incontro di Maturuca, ha
detto: "Esco da questo incontro con la consapevolezza che
esiste un movimento molto ben organizzato in Roraima. E questo
movimento è il movimento indigeno che ha molto da insegnare ai
non indios". Questo è molto interessante: noi sappiamo che
per l’opinione pubblica di Roraima gli indios sono imbecilli, ma
quando li si conosce si capisce che si può imparare molto da loro
e, a loro volta gli indios, dicono che hanno molto da imparare dai
bianchi.
P. Silvano:
Nell’incontro a Boa Vista,(1 e 2 di maggio) con i lavoratori
urbani, quali novità sono emerse?
André:
E’ stato un incontro molto diversificato. C’erano 124 persone
mentre la nostra previsione era di 60. Il tema principale era
quello della corruzione, della corruzione nel pubblico impiego. Il
problema principale per i lavoratori urbani è il lavoro, per gli
indios è la terra, per gli agricoltori la terra in
un’agricoltura familiare-sostenibile. E’ stata discussa la
situazione del lavoro. Si è discusso sull’installazione di una
fabbrica di cellulosa in Boa Vista, sull’impatto ambientale di
questa fabbrica. Una fabbrica che, secondo i dati governativi,
dovrebbe generare 634 posti di lavoro e che lo stato presenta come
la salvezza di Roraima. Ma questa fabbrica porta un grande
inquinamento; 634 posti di lavoro sono insignificanti e il governo
la presenta come un grande progetto e offre incentivi fiscali per
favorirne l’installazione, ma noi consumatori di Roraima
pagheremo l’impatto ambientale di questa fabbrica e pagheremo,
come contribuenti, il costo in dollari dell’energia importata
dal Venezuela, necessaria a questa fabbrica. Una fabbrica di
proprietà di un gruppo svizzero – canadese che potrà produrre
cellulosa qui in Roraima e che avrà anche l’energia pagata
dallo stato di Roraima. La fabbrica ha bisogno di 150 mila ettari
di piantagioni di acacia mangium e questo costituisce un impatto
ambientale disastroso. Un altro argomento discusso
nell’incontro, è stato il fatto che il governatore di Roraima
avrebbe aderito al Partito dei lavoratori (ciò avvenne poco dopo
ndr.). Un governatore sul quale pesano molte denuncie di
corruzione, è stato invitato ad entrare nel partito del
presidente Lula e tutti sanno che Lula è un presidente che
appoggia il movimento sociale della sinistra. E questo è
certamente un problema inquietante.
P. Silvano:
Parliamo un po’ della CUT, Le caratteristiche e le prospettive
di questo grande sindacato.
André: La
CUT ha iniziato da subito a partecipare alla Campagna Nós
Existimos. Quando noi abbiamo lanciato la Campagna nel Forum
sociale di Porto Alegre, per esempio, l’abbiamo lanciata
ufficialmente nell’accampamento dove operavano i sindacalisti
della CUT. La CUT per questo motivo ha subito un intervento del
governo locale. C’è stata una reazione molto forte da parte del
governo di Roraima contro la CUT perché la CUT voleva realizzare
il proprio congresso nell’area indigena Raposa Serra do Sol. Qui
c’è stata una reazione di alcuni leader della CUT che sono
legati al governo dello stato di Roraioma e che sono intervenuti
duramente contro questa realizzazione.
P. Silvano:
Chi sono questi sindacalisti della CUT venduti al governo?
André:
C’è il sindacato dell’educazione, il sindacato dei lavoratori
rurali, alcuni segmenti del sindacalismo pubblico, c’è un
deputato del Partito dei lavoratori qui di Roraima che ha subito
un’influenza da parte del governo di Roraima ed è intervenuto
perché la CUT lasciasse la direzione della Campagna. Ripeto, la
reazione dura del governo è avvenuta quando al CUT ha deciso di
fare la propria riunione in area indigena. Invitando persino gli
indios a partecipare al congresso. Si è creata quindi una
situazione insostenibile. Siccome il congresso doveva eleggere un
nuovo gruppo dirigente del sindacato e non fu realizzato, né in
area indigena, né a Boa Vista, la CUT locale cessò praticamente
di esistere. Tuttavia, dopo tre mesi, ci fu un intervento della
CUT nazionale che ha prorogato il mandato della direzione attuale
fino al dicembre 2004.
P. Silvano:
Non è rivoluzionario ciò che è successo?
André: La
partecipazione della CUT è fondamentale per la Campagna perché
la CUT è un’istituzione molto rappresentativa. La CUT di
Roraima è molto giovane, molto piccola. E per la CUT è molto
importante l’alleanza con il mondo indigeno. Se la CUT si
alleasse con il governo di Roraima sarebbe un disastro per tutti
noi. E’ il momento di costruire una proposta politica che veda
coinvolta la CUT perché il gruppo dirigente della CUT è un
gruppo spettacolare. Però ha bisogno di autonomia. I sindacalisti
sono persone molto impegnate. Ma è stato un processo nuovo anche
per i sindacalisti perché non conoscevano gli indios e la
Campagna permette anche l’integrazione tra il sindacato e i
popoli indigeni. Io ho quindi la certezza che questo scambio tra
indios e CUT è molto importante. Abbiamo una direzione della CUT
fino alla fine del 2004 che per nostra fortuna è una direzione
che non si farà comprare e che farà sempre gli interessi dei
lavoratori. Noi speriamo e crediamo che questa CUT sarà solidale
non solo con i lavoratori rurali ma con il mondo indigeno.
P. Silvano:
Un’ ultima domanda. Dagli incontri sono apparse due linee di
azione diverse. Una interna e una che interessa il rapporto con le
organizzazioni esterne. La linea esterna potrebbe avere solo una
finalità economica. Come giudichi questo intervento e questo
aiuto finanziario per la Campagna?
André: Noi
abbiamo chiarito che i nostri amici, i nostri alleati, non sono
solo delle persone preoccupate per la nostra situazione economica,
ma sono persone coinvolte nelle loro realtà in battaglie
politiche. Noi abbiamo capito che ci sono degli alleati impegnati
nelle loro realtà sociali. E’ comunque chiaro che dobbiamo
interagire di più con gli alleati che stanno appoggiando la
Campagna. Siamo arrivati a questa proposta di incontrare- anche
qui a Roraima- questi nostri alleati per chiarire cosa noi
possiamo offrire e cosa loro possono darci. Noi siamo coscienti
del lavoro che dovremo fare, a partire dagli scambi culturali e
politici tra le varie componenti della Campagna. Ma sentiamo una
forte necessità di un maggior legame tra noi e i nostri alleati
esterni. Stiamo cercando di realizzare un rapporto più stretto
con i nostri alleati. L’importante è chiarire che abbiamo un
gruppo limitato di persone; c’è una sola persona che lavora a
tempo pieno per la Campagna. Io faccio il coordinatore ma lavoro
ancora come giornalista nel Consiglio indigeno di Roraima, ed è
molto difficile arrivare ad avere dei professionisti. Ho
incontrato recentemente una ragazza giovane, una discendente di
palestinesi, le ho fatto la proposta di lavorare per noi visto che
sta finendo il corso universitario di giornalismo. Si è detta
interessata, ma due giorni dopo ha detto che non le era possibile.
Sicuramente c’è stata una pressione dei genitori perché qui è
pericoloso lavorare con gli indios e nella Campagna. Noi cerchiamo
di fare anche più di quello che materialmente è possibile fare.
Siamo però soddisfatti di lavorare per costruire una nuova
proposta, di non curvarci davanti al potere, davanti
all’ingiustizia e di lottare per il futuro.
P. Silvano:
Non pensi che il progetto economico, così come l’avete
elaborato, vi costringe a impegnarvi oltre le vostre possibilità?
André: Il
progetto economico è stato molto discusso ed è nato dopo molte
riflessioni. Noi siamo in difficoltà per mancanza di
professionisti. Professionisti (avvocati, giornalisti) che possano
assumere questo lavoro non ci sono in Roraima. Se volete mandarli
dall’Europa noi accettiamo!
P. Silvano:
Tu pensi che si possa portare avanti questo lavoro se non si
trovano altri professionisti?
André:
Possibile, potrebbe esserlo; sicuramente noi facciamo tutto quello
che può essere fatto. Siamo agli inizi. Stiamo lavorando al
limite delle nostre possibilità, stiamo lavorando sulle urgenze,
sulle necessità estreme. La nostra idea è di trovare un gruppo
di persone che possano programmare, proprio per uscire dalla
logica delle necessità, delle urgenze. Noi non siamo il potere
qui a Roraima, non abbiamo il potere politico, abbiamo, però, il
potere della giustizia, della verità, della conoscenza, della
lotta. E affrontare le strutture del potere è molto complicato ma
è qualcosa che anima parecchio. Per poter andare avanti, se non
ci sarà un’équipe di lavoro, ci sarà un momento di stallo
perché potremo dire che l’idea è buona ma non può essere
realizzata. Le organizzazioni che partecipano alla Campagna hanno
già il loro lavoro specifico. Gli indios continueranno a lottare
per l’affermazione dei loro diritti, così pure gli agricoltori
e gli emarginati delle città.
Noi,
invece, come Campagna stiamo organizzando delle sfilate di
protesta - nelle quattro domeniche di ottobre- contro l’impunità
e la corruzione e contro la centrale idroelettrica di Cotingo,
perché in area indigena. Il nostro lavoro ha creato così tante
aspettative che invece di una Campagna noi dobbiamo arrivare a
creare un Movimento permanente Nós Existimos E questo è un
problema: come fare? Però le proposte che abbiamo sollevato hanno
ottenuto molti consensi e siamo stati invitati, per esempio, la
prossima settimana ad una conferenza sull’ambiente organizzata
dall’università. Noi siamo invitati ufficialmente a molte
iniziative promosse a Roraima dal governo federale, ma non sempre
abbiamo la possibilità di parteciparvi. Ciò vuol dire che,
invece di organizzare la festa per l’omologazione della terra
indigena Raposa- Serra do Sol, finiremo per organizzare il
funerale di André!
P. Silvano:
Tu sei un coordinatore, André, senza coordinati. Io voglio che tu
abbia delle persone da coordinare. Penso che i nostri gruppi in
Europa capiranno bene che gli aiuti che spediscono è la forma
prioritaria perché voi possiate continuare la Campagna.
André:
Quando l’antropologa Silvia Zaccaria è stata qui, le ho potuto
esporre la nostra situazione. Noi continueremo a portare avanti il
nostro lavoro con o senza l’appoggio finanziario. Sto parlando
del progetto ideale della Campagna. E’ un cambiamento
strutturale e abbiamo una responsabilità enorme. Noi vorremo fare
in un anno o poco più il cammino perso nei dieci anni precedenti.
Dal ’91, quando Roraima è diventato stato, i politici hanno
rubato i soldi del popolo di Roraima. Dobbiamo fare uno stato per
il popolo. Dobbiamo recuperare dieci anni. C’è anche una
rottura con un processo storico di circa 300 anni, da quando sono
arrivati i primi colonizzatori a Roraima con la convinzione che
l’indio dovesse essere schiavo. Dobbiamo convincere i cittadini
comuni che sono sfruttati, così come lo sono gli indios, che
devono organizzarsi, così come si sono organizzati gli indios. E
capire che gli indios non sono esseri inferiori, incapaci.
L’importante è accogliere le persone che sono emigrate qui
perché erano, e sono tuttora, sfruttate. Bisogna rompere con
questa dipendenza economica e politica. Abbiamo bisogno di
"correre" contro il tempo. Io ho 27 anni, forse Lei ha
qualche anno più di me, quindi conosce molto bene le fasi di
consolidamento di questo processo. Agricoltori collocati in aree
indigene, strade aperte in aree indigene, stermini intenzionali di
indios, come Lei ha scritto nel suo libro "Massacro". Io
sono di un'altra generazione, negli anni 80 ero ancora un bambino,
ho visto questa élite dello stato che si è appropriata di tutte
le ricchezze, dimenticando i suoi cittadini.
Silvano:
Posso dirti certamente che il vostro è un lavoro molto buono e
che potete contare sul nostro appoggio, non solo economico. Faremo
in modo che non sia uno sforzo del ricco che dà al povero, ma uno
sforzo di solidarietà.
André: Noi
stiamo aspettando proprio questo. Sappiamo che esistono persone
solidali che non sono d’accordo con l’ingiustizia. Io penso
che le persone che lavorano con Lei in Italia sono preoccupate per
l’ingiustizia presente anche là, così come noi siamo
preoccupati per le nostre ingiustizie. E di qui nasce la
consapevolezza di aiutarci tra fratelli. Io penso che il suo
ruolo, Padre Silvano, sia molto importante, innanzi tutto per
avermi dato ascolto…. Grazie.
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Moria
di animali lungo i fiumi amazzonici probabilmente per un batterio
sconosciuto
BRASILE
Giornale di Brescia 4 febbraio 2003
SAN PAOLO - Un batterio sconosciuto sta provocando un’ecatombe di
coccodrilli, pesci e altri animali acquatici nelle acque del fiume Iriri,
nel bacino amazzonico. Nelle ultime due settimane migliaia di jacarè (gli
alligatori amazzonici), boa e pesci di ogni dimensione sono morti sulle
rive dell’Iriri. Tecnici dell’Ibama, l’istituto ambientale
brasiliano, hanno escluso la contaminazione o l’avvelenamento da metalli
pesanti o altri sottoprodotti dell’attività umana e hanno scoperto la
presenza nell’acqua dell’Iriri di una proporzione altissima di un
batterio sconosciuto, che potrebbe essere la causa dell’ecatombe. L’Ibama
ha vietato il consumo dell’acqua, ma la maggiore difficoltà è
avvertire del rischio le popolazioni sparpagliate sui 400 chilometri del
fiume, affluente dello Xingù, a sua volta uno dei grandi affluenti del
fiume delle Amazzoni. Lungo l’Iriri sorgono vari villaggi di indios e la
città di Altamira, di 120.000 abitanti.
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Porto
Alegre 2003: un bilancio
di Redazione
(redazione@vita.it)
29/01/2003
100.000
partecipanti, da 156 paesi con 20763 delegati di 5717 organizzazioni
presenti. 4094 i giornalisti accreditati provenienti da 51 paesi. di
Antonio De Filippis
Porto Alegre 2003.
Un incontro che ha visto riuniti per cinque giorni secondo i primissimi
dati circa 100.000 partecipanti, da 156 paesi con 20763 delegati di 5717
organizzazioni presenti. 4094 i giornalisti accreditati provenienti da 51
paesi di cui 3262 lavorano per testate di stampa , radio o televisioni. La
stampa italiana era presente con 153 giornalisti per 83 testate
Una festa di
colori, di suoni, di razze ognuna con le proprie caratteristiche
somatiche, culturali, artistiche. Uno spazio di musica di teatro, di
manifestazioni, di stand e bancarelle con materiali e prodotti provenienti
da tutto il mondo. Un luogo di conferenze, dibattiti- 1286 laboratori e
seminari, più una serie di incontri ufficiali e altri auto organizzati
per un totale di oltre 1700 eventi - per approfondire con gli esperti, per
conoscersi, per confrontare le esperienze e per pensarsi insieme in
un'utopia che è già possibile.
I temi affrontati
hanno ruotato intorno a cinque grandi aree:
1)Lo sviluppo
democratico sostenibile
2)Principi e
valori, diritti umani, diversità ed uguaglianza
3)Media, cultura e
contro - egemonia
4)Potere politico,
società civile e democrazia
5)Ordine
democratico mondiale, lotta contro la militarizzazione e promozione della
pace.
Si è parlato dei
valori sottesi ad un nuovo mondo in costruzione individuati nella cura, la
compassione, la responsabilità e la solidarietà. All'incontro su questo
tema erano più di 15000,ad ascoltare non un gruppo rock, ma tre grandi
intellettuali del nostro tempo.
Si è parlato di
economia solidale e di ripresa di una sovranità economica attraverso la
cancellazione del debito dei paesi poveri ed il controllo dei capitali.
Dopo il fallimento della conferenza di Johannesburg sull'ambiente si è
posta la necessità di trovare subito nuove strategie perché l'emergenza
planetaria è già in atto ed a questo proposito ci si è dati
appuntamento a Marzo a Firenze per il Forum mondiale dell'acqua.
Come salvaguardare
i diritti, le differenze culturali e linguistici a tutti i popoli e come
dare cittadinanza a tutte le componenti all'interno dei vari stati(
pensiamo solo ai diritti negati agli indios del sud America o ai senza
diritti come gli intoccabili dell'India): è stato un tema molto
dibattuto.
In un intensa
giornata di lavoro con 120 persone delegate da organismi dei 5 continenti
si è deciso di dare vita ad una rete mondiale delle reti. Dal documento
costitutivo:" Dopo aver contribuito perché questo movimento globale
per le alternative passasse dalla protesta alla proposta, pensiamo che il
processo del Forum Sociale mondiale deve avanzare con la costruzione di
una rete di in- formazione e scambio capace di diffondere i contenuti e le
proposte emerse nei vari forum continentali e tematici, di compartire le
conoscenze sulle lotte sociali, di mettere in comune l'agenda permanente
di tutte le iniziative contro la globalizzazione neoliberista e
soprattutto, di divulgare e discutere le esperienze alternative che sono
messe in atto nei diversi luoghi del pianeta.
La risposta alla
globalizzazione del mercato e alla militarizzazione del pianeta è la
globalizzazione dei diritti, l'impegno per il rispetto dell'ambiente, il
lavoro tenace per la pace, la ricerca di strategie unitarie, di percorsi
comuni, di collegamenti per rendere più efficace la lotta.
Insieme ai gruppi
molto attivi in USA, agli europei, ai latino – americani e agli asiatici
si è parlato di pace, il tema dominante del Forum e di come contrastare
questa cultura di guerra in cui si sta precipitando. Ci si è dati
appuntamenti, si sono individuate strategie ed azioni comuni. La prima
scadenza comune sarà una giornata contro la guerra in data 15 Febbraio.
Porto Alegre e non
Davos è stato il vero evento politico internazionale di questo tempo:
nessun organismo è riuscito a riunire in pochi anni un movimento così
numeroso, variegato e planetario tutto unito nella lotta contro un
liberismo aggressivo che in nome del mercato ha deciso che metà
dell'umanità non è necessaria e può anche morire ed il pianeta si può
anche depauperare e distruggere ma nello stesso tempo rispettoso della
diversità di ciascuno rispetto alla provenienza culturale o religiosa,
agli ambiti e alle modalità di impegno.
."Un altro
mondo è possibile" era lo slogan del forum sociale mondiale reso
concreto e vero dalla elezione di Lula alla presidenza del Brasile: se in
Brasile il cambiamento è stato possibile allora questo può avvenire
anche in Europa, in America latina, in tutto il mondo.
L'entusiasmo, la
speranza, la festa portata dall'elezione di Lula si è respirata anche al
forum..
Lula non è
l'espressione delle istituzioni, degli apparati, dei poteri finanziari o
economici, non ha avuto l'appoggio dei media.. Lula è il frutto di un
movimento popolare organizzato che è giunto a maturità. E' il punto di
arrivo di un percorso iniziato circa 40 anni di presa di coscienza
popolare e di militanza a cui anche la Chiesa ha dato il proprio
contributo con le comunità di base. Sono nati così il movimento dei sem
terras, degli indios, delle donne, della lotta alla fame, dei diritti
sociali, degli afroamericani e altri ancora. Lo scorso mese tutto questo
movimento insieme ha espresso Lula alle elezioni presidenziali. Lui si è
impegnato nella lotta alla fame distribuendo meglio le ricchezze del
paese, a fare la riforma agraria, a garantire una scuola di qualità,
un'assistenza sanitaria di qualità, per la pace.
A Porto Alegre c'è
stata unione ed incontro tra la città e i partecipanti al forum.
I brasiliani sono
molto ospitali e generosi, non hanno temuto nessuna violenza ed infatti
non vi è stato nessun episodio increscioso. L'abbraccio tra la città ed
il popolo del forum è stato grande. Tutti i locali ed i negozi sono stati
lieti di accogliere e di fare affari con questa popolazione straniera.
Purtroppo pochi
facinorosi presenti in occasioni di incontri tra i grandi della terra e la
complicità dei media coerenti con il principio che fa più rumore un
albero che cade che una foresta che cresce, si fa passare tutto il
movimento per la costruzione di un nuovo mondo come violento o pseud.
tale.
Ma i fatti lo
smentiscono: Il forum sociale europeo a Firenze lo scorso Novembre ed oggi
Porto Alegre ne sono un segno evidente
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DIARIO
DA PORTO ALEGRE. La Gazzetta del Mezzogiorno 29.01.2003
Migrazioni e appartenenze
Questo mondo?
Possibile
crearlo in un altro modo
Porto Alegre (Brasile) Un altro mondo è possibile o, meglio, come più di
qualcuno precisa, questo mondo in un altro modo è possibile: lo si
avverte chiaro nell'aria e lo si percepisce netto dalla partecipazione
della gente al forum mondiale no global.
Porto Alegre appare come un laboratorio a cielo aperto dove ognuno dà il
suo contributo. Dove ci si scambiano esperienze reali. Dove si
costruiscono proposte anche e soprattutto per invertire la rotta che ora
scatena le migrazioni dal sud povero al nord ricco. Dove si canta e si
suona, si vende e si scambia artigianato degli
indigeni delle selve e di quelli urbani. Dove si offrono prodotti liberi
dai veleni della chimica. Dove si fanno mocassini dalle gomme delle auto.
Dove si sta sperimentando una nuova moneta comunitaria chiamata "el
sol". Dove si recita per le strade la falsa del neoliberismo e gli si
leva la maschera. Dove si manifesta e si fa festa.
E cosa dire della gente? I cittadini di Porto Alegre considerano la
propria città come la propria casa e ne hanno aperto le porte al mondo.
Un esempio per tutti. Da qui scaturisce il primo concetto che fa la
differenza con altre realtà ed esperienze, il sentimento di appartenenza
territoriale. È questo che rende, come ha detto Edoardo Galeano in questi
giorni, Porto Alegre capitale del mondo e modello di democrazia
partecipativa. È questo che ci dà la prima grande lezione: la democrazia
partecipativa resta un'utopia se non si partecipa, se non
si vive i luoghi, se non si vive la Terra che si calpesta, per usare le
parole dei popoli indigeni.
Un'altro punto innovativo, misura della maturità del movimento e
dell'accresciuta consapevolezza, è la scelta dei consumi. Al contrario
del controvertice di Amsterdam del 1997 dove i manifestanti protestavano
contro il
sistema ma non ne coglievano, per lo meno nella maggior parte,
l'immediatezza nel rifiuto dei suoi prodotti, qui non si consuma una sola
Coca Cola, non si veste Nike, non si portano le Adidas, non ci si ferma
alla Mc Donald's. Da queste giornate risulta evidente che per cambiare è
necessaria una rivoluzione culturale che passa necessariamente attraverso
le scelte di consumo ed il cambiamento degli stili di vita. Non esistono
icone da seguire. Si va oltre il concetto di appartenenza ad un gruppo
portatore di qualsivoglia interesse, ad un'ideologia, ad una bandiera
seppur colorata. Si riscopre meravigliosamente il concetto di
appartenzenza alla Terra come esseri umani e pertanto la necessita' di
prendersi cura della propria casa, dei suoi abitanti e quindi di se
stessi. Un altro mondo e' possibile e, come qualcuno ha detto in questi
giorni, bisogna organizzare i sogni!
Margherita Ciervo
Università di Bari
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La
marcia di Porto Alegre, 30 mila «sì» alla pace
Il Social Forum
parte con la sfilata no global. Oggi è il giorno di Lula: «A Davos
dimostrerò che un altro mondo è possibile»
- DA UNO DEI
NOSTRI INVIATI PORTO ALEGRE - «Paz, paz, paz». La mano di un ragazzo
alza il piccolo cartello bianco e nero. Poi, altre mani: dieci, venti,
trenta cartelli uguali. Ondeggiano gli striscioni larghi come lenzuoli
con le parole che dicono no alla militarizzazione, alla guerra in
Iraq, no al Fondo Monetario Internazionale. E il Forum va. Dopo
l’inaugurazione ufficiale nell’aula magna dell’Università
Cattolica (duemila persone, applausi al sindaco di sinistra di Porto
Alegre, fischi contenuti al governatore di destra dello stato di Rio
Grande do Sul), il popolo new global si trasferisce nel centro storico
della città, tra le bancarelle traboccanti di frutta colorata del
vecchio mercato. Colori tra i colori delle bandiere di tutto il mondo.
Non si sfugge al rito della manifestazione d’apertura. E meno male
che non piove più. L’acqua ha messo in crisi la tendopoli del Parco
Harmonia che ospita 30.000 giovani, ma non rovinerà il corteo. Alle 6
di pomeriggio le nuvole si aprono, i 30mila contestatori sono in
marcia. Prevalgono, naturalmente, i brasiliani, miscuglio di razze e
tonalità della pelle. Gli indios hanno la corona di piume in testa, e
la faccia dipinta. Ecco gli argentini, i venezuelani (dalla parte di C
há vez «contro il golpismo della destra imperialista); e gli
africani chiassosi, con i berretti arcobaleno. I francesi, gli
italiani, i canadesi, gli americani (tanti, arrabbiatissimi contro
Bush), e un piccolo gruppo di sudcoreani con gli occhi a mandorla, le
magliette rosse, lo striscione bene in vista: stop alla
globalizzazione neoliberista, stop alle privatizzazioni delle
pubbliche industrie, stop alla guerra in Iraq... «Il Forum di Porto
Alegre ormai è più importante di quello di Davos», ha scritto Libération
, quotidiano della gauche parigina. Partigianeria? Può darsi. Sta di
fatto che questo raduno alternativo, cresciuto in pochi anni, piaccia
o no, s’è imposto all’attenzione dei media, sollecita
l’interesse di governanti e politici. I new global , certo, sono
sognatori, idealisti. Ostinati nelle loro idee, vogliono eliminare la
fame nei Paesi poveri, vogliono un’altra economia, reclamano un
fisco etico. Ma adesso vogliono soprattutto fermare la guerra. Quasi
sicuramente non ci riusciranno. Eppure, non pochi pensano che qualche
conto con loro andrebbe fatto. Inacio Lula da Silva, il neopresidente
del Brasile e leader storico del Partito dei lavoratori, schierato con
il popolo di Porto Alegre, sfidando le critiche dei più
intransigenti, domani sarà qui: incontrerà le delegazioni del Forum
e arringherà la folla, prima di volare a Davos, nella tana del lupo,
proprio per dimostrare ai big dell’economia planetaria che «un
altro mondo è possibile». Il suo tentativo ambizioso (e rischioso)
è quello di gettare un ponte tra Porto Alegre e Davos. Del resto, il
sospetto che la globalizzazione economica sia un affare per ricchi
destinati a diventare sempre più ricchi e, viceversa, un danno per i
poveri sempre più poveri, si va diffondendo anche fuori dal
movimento. Ieri, durante l’inaugurazione del Forum, sono stati
presentati i risultati di un sondaggio condotto tra 15.000 persone di
15 Paesi del mondo (Sud Corea, Germania, Argentina, Italia, Canada,
Russia, Turchia, Gran Bretagna, India, Olanda, Cina, Nigeria, Usa,
Qatar, Messico) dai quali si evince la diffidenza, per non dire la
contrarietà, nei confronti del sistema economico liberista. La media
dei dati indica, per esempio, che 55 intervistati su 100 ritengono che
la globalizzazione accentri la ricchezza, mentre 38 sostengono che sia
un’opportunità per tutti. Le cifre relative all’Italia: 62 la
credono un pericolo, 31 un’opportunità. In controtendenza, si
segnalano invece le risposte degli statunitensi (42, 49 per cento),
messicani (37, 56), nigeriani (44, 53), e i cittadini del Qatar (41,
54). Oggi si entra nel vivo, con i dibattiti pubblici e i seminari:
1700 in 4 giorni. E, a sorpresa, a Porto Alegre è in arrivo anche
Hugo Chávez, il presidente venezuelano, populista dal pugno di ferro.
«Come semplice visitatore - spiegano gli organizzatori del Forum -.
La regola prevede che nessun capo di Stato possa partecipare e tenere
discorsi». Con l’eccezione di Lula, s’intende.
Marisa Fumagalli
Inizio
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Porto
Alegre, scatta l'ora delle strategie Il Nuovo 22.01.2003
L'emersione, la
protesta e, ora, la proposta. Giovedì il terzo Forum mondiale, l'ultimo
del Brasile. Alta la partecipazione: 100mila iscritti. Ambiziosi gli
obiettivi: programmare un mondo diverso.
di Melissa Bertolotti
PORTO ALEGRE –
Tre anni fa si sono guardati in faccia, si sono contati, hanno preso le
misure e capito chi erano. Poi c’è stato il 2002, l’anno della
diffusione delle resistenza, la progettazione delle alternative, la
pianificazione della protesta contro la globalizzazione neoliberista del
dopo 11 settembre. La terza fase, che si svolgerà dal 23 al 28 gennaio in
Brasile, per il movimento di Porto Alegre rappresenta il momento della
programmazione politica, della formulazione delle strategie, del confronto
con il mondo sindacale. Con un obiettivo, concreto: creare una Rete
mondiale dei movimenti sociali. Una struttura comune, che sia punto di
riferimento e strumento di mobilitazione internazionale per creare un
trait d’union tra i forum di tutto il mondo e rafforzare il peso di un
movimento che, sempre più, attira l’interesse di partiti e istituzioni.
E che, forte di un sempre più largo consenso, si appresta ad aprire una
nuova stagione di proteste . La prima si terrà proprio giovedì, quando
la cerimonia di apertura del Forum si trasformerà in una marcia per la
pace capeggiata da uno striscione che recita: "Contro la
militarizzazione e contro la guerra un altro mondo è possibile".
Dopo la fase del
"no", alla guerra, alla liberalizzazione dei mercati, allo
sfruttamento indiscriminato delle risorse della Terra, l’ultimo Forum
mondiale europeo che si terrà in Brasile (nel 2004 si trasloca in India)
si propone di elaborare un documento che sia propositivo. E che formuli
una reale alternativa al petrolio, e al conflitto che rischia di innescare
in Iraq, che detti i principi per un’economia che controlli il capitale
e punti sulla localizzazione, che si batta per il rispetto dei diritti e
l’accesso, incondizionato, a scolarizzazione, salute e sicurezza
sociale. Cinque le aree tematiche attorno alle quali ruota
l’appuntamento 2003: "Sviluppo sostenibile democratico",
"Principi e valori, diritti umani, diversità e uguaglianza",
"Media e cultura", "Potere politico, società civile e
democrazie", "Ordine mondiale democratico, lotta contro la
militarizzazione e promozione della pace".
Una scommessa,
quella della terza edizione di Porto Alegre, che vedrà centomila persone
da 130 Paesi diversi "puntare" su un nuovo mondo possibile. Una
forza, cinque volte più numerosa rispetto alla prima edizione
dell’incontro promosso per contrapporsi al forum economico mondiale di
Davos, che quest’anno si arricchisce di statunitensi (che con oltre
mille iscritti saranno, dopo i brasiliani, i più numerosi) e di un
centinaio di giapponesi. Si assottiglia, invece, lo spessore degli
italiani (circa cinquecento, contro il migliaio della passata edizione).
Numeri e
partecipazioni diverse, come differenti sono le componenti del Forum
mondiale. Mille anime impegnate a "costruire camminando", come
recita il subcomandante Marcos, cercando di evitare di cadere nel vortice
che rischia di moltiplicare all’infinito la dialettica a discapito della
concretezza.
Ad affrontare la
sfida saranno, anche quest’anno, nomi di rilievo. Tra i conferenzieri
Jean Ziegler, Noam Chomsky, Arundathi Roy, Leonardo Boff, Adolfo Perez
Esquivel, Peter Rosset e il regista cinematografico Citto Maselli. Molto
atteso l'appello che il presidente Lula rivolgerà alle grandi potenze
economiche, agli Stati Uniti e all'Europa, affinché s'impegnino
concretamente per aiutare le economie dei Paesi del Terzo mondo e aprano i
propri mercati ai prodotti del Sud.
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PERCHE’
LULA E’ TRA I «NO GLOBAL»
Corriere della Sera del
21.01.2003
IL SOCIALE Lula ha posto al primo
punto della sua agenda la lotta alla fame e interventi nelle aree povere.
IL COMMERCIO Il suo Brasile non accetterà subordinazioni e imposizioni da
parte dei Paesi ricchi in tema di commercio internazionale. Lula lamenta
gli squilibri, a favore di Usa ed Europa, dei meccanismi di scambio e
promette di volerli modificare. Non accetta la nascita dell'Alca, l'area
di libero scambio delle Americhe, alle condizioni finora fissate da
Washington. Ha detto che il Brasile lotterà per vedere riconosciuti i
suoi diritti prima di aprire ulteriormente il suo mercato.
L'ECONOMIA Il governo Lula ha
promesso che il mondo della produzione (lavoro e impresa) sarà al centro
dei suoi interessi a scapito degli interessi finanziari. Da storico
alleato del movimento dei contadini senza terra, il PT di Lula ha promesso
di accelerare la distribuzione di terre e i finanziamenti all'agricoltura.
LA POLITICA ESTERA Sul piano
internazionale, come nel recente intervento sulla crisi in Venezuela, Lula
vorrebbe un Brasile più determinato e meno dipendente dagli Stati Uniti.
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Almeno
in 100 mila a Porto Alegre contro la guerra e il neoliberismo
Corriere della Sera del
21.01.2003
- DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PORTO ALEGRE - «Che non sia una vetrina... Una passerella di
politici, morbidi in patria, finti-barricadieri dall’altra parte del
pianeta», avvertono i militanti del movimento dei movimenti, in volo
per Porto Alegre. Dove, dopodomani, si apre il terzo Forum Mondiale.
Fucina culturale/strategica dei noglobal-newglobal del mondo. Magma
che ribolle, moltitudine (quest’anno il numero dei partecipanti
dovrebbe sfiorare i 100 mila) che si riunisce e si confronta su un
obiettivo ambiziosissimo: cambiare il corso della storia, dominata
dall’economia occidentale, quel «neoliberismo che affama i popoli
più deboli e poveri». Loro, i contestatori, fanno sul serio. Dunque,
guardano con disappunto gli «imbucati» ( in primis , taluni
parlamentari moderati) che pretendono di esserci, ma con un piede
dentro e uno fuori. Morale: non si respingono gli osservatori (i
ragazzi più duri promettono fischi à gogo ), tuttavia chi partecipa
ai seminari del Puc - l’Università Cattolica di Porto Alegre che
ospita il Forum - deve possedere un pedigree ineccepibile. Cioè deve
dichiararsi, senza se e senza ma, contro il neoliberismo e contro la
guerra. Mali assoluti del mondo, secondo i new global. Tra l’altro,
la guerra è il tema centrale del Forum 2003 («Come fermarla?»,
attorno a questo interrogativo si discuterà un’intera giornata),
che s’intreccia con la concretissima prospettiva dell’attacco
bellico all’Iraq. E non è un caso che la delegazione più folta,
dopo quella del Paese ospite, quest’anno è composta da
statunitensi. Circa un migliaio (più del doppio delle presenze del
2002), determinati a far comprendere che «non tutti gli americani
sono seguaci di Bush». Il nome più illustre del gruppo è Noam
Chomsky. Con lui alcuni intellettuali «radicali». Michael Albert,
suo stretto collaboratore, per esempio, interverrà a Porto Alegre con
il testo Life after capitalism partecipando al dibattito «Impero,
guerra, unilateralismo». Ci sarà da perdersi, nel tourbillon di
seminari (oltre 1.500) che spaziano tra i temi più disparati: Wto e
Banca mondiale (da azzerare, secondo i new global), Tobin tax, diritto
all’acqua, al cibo, alla terra («i servizi primari non si
privatizzano»), migranti e rifugiati, ruolo dei governi e dell’Onu,
i conflitti internazionali, educazione salute e sicurezza,
democratizzazione dei media e nuove tecnologie. Gli slogan: da «Un
altro mondo è possibile» (2001), a «Un altro mondo in costruzione»
(2002), si passa oggi a «La strategia dei movimenti sociali». In
parole povere: dopo l’affermazione sulla scena mondiale, dopo la
crescita e i successi (vedi il Forum europeo di Firenze), come andare
avanti. Dalle idee all’agenda. «Il dibattito non basta - ammettono
i new global - occorre lavorare più efficacemente, incidere sulla
realtà».
Raddoppiano gli americani, si diceva. Tengono la postazione numerica i
francesi (per inciso, Attac - Le Monde diplomatique hanno «inventato»
il Forum), crescono le presenze di africani e asiatici. Gli italiani?
Erano gli stranieri più numerosi nel 2002, quest’anno si sono
dimezzati. In tutto, circa 500 delegati. Disinteresse? No. Scarsità
di fondi. I nomi noti del Social Forum (Agnoletto, Casarini, Caruso,
Bernocchi eccetera) non mancheranno. Ha dato forfeit l’attesissimo
Sergio Cofferati, stella nascente dei girotondini. Ma potrebbe
presenziare da lontano in collegamento via satellite. Ci sarà
Guglielmo Epifani, capo della Cgil. Ancora: una folta schiera dei
politici di sinistra approda a Porto Alegre per i Forum dei
Parlamentari e delle autorità locali. A scuola di «bilancio
partecipativo», fiore all’occhiello (un po’ usurato)
dell’amministrazione della capitale del Rio Grande do Sul. I new
global aspettano al varco Walter Veltroni e altri sindaci di sinistra.
A sorpresa, vola in Brasile anche l’onorevole fiscalista di Forza
Italia, Vittorio Emanuele Falsitta. Dice di essere interessato alla
finanza etica e alla Tobin Tax. E se ci sono altri, affrettarsi: è
l’ultimo Forum che si tiene a Porto Alegre. L’anno prossimo, tutti
in India.
Marisa Fumagalli
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MARCOS
VERON UCCISO IN BRASILE DAGLI SGHERRI DEI FAZENDEROS
La Stampa 18/1/2003
Assassinato il
profeta degli Indios senza terra
In Mato Grosso li
aveva convinti a tentare, armati solo dei loro diritti, di rioccupare
parte dello spazio che era stato rubato dai latifondisti Prima l´hanno
picchiato poi l´hanno finito con un colpo di pistola
NON aveva mai
tradito, non aveva mai ballato con i bianchi. Quelli che hanno provato,
hanno mangiato il loro cibo, bevuto la loro acquavite, ballato la loro
musica, poi hanno cercato invano di pentirsi e si sono uccisi. Marcos
Veron, come gli eroi di Omero, era un uomo senza età, 76 anni, forse; e
aveva voglia di continuare a vivere e combattere per la sua terra e la sua
gente. Invece lo hanno ucciso alcuni guardiani, sgherri dei fazendeiros
che hanno rubato la ricchezza e l´anima degli indios. Lo hanno picchiato
a sangue poi lo hanno finito con un colpo di pistola, con burocratica,
soddisfatta indifferenza. Veron era venuto in Italia, tre anni fa,
invitato da «Survival» una delle organizzazioni che cercano di salvare
dall´eutanasia popoli antichi e fragili (sono rimasti in pochi, è una
causa che non è più di moda) e lo aveva annunciato, profeticamente: «Se
mi porteranno via dalla mia terra mi faranno morire perchè è la mia vita
e la mia anima». Aveva incontrato e commosso studenti delle scuole e
autorità. A Napoli gli avevano regalato un cesto di terra e gli era parsa
una buona profezia: un giorno sarebbe tornato con i suoi Kaiowà a pregare
e a danzare nei luoghi dei padri. È il terzo leader indio ammazzato negli
ultimi quindici giorni in Brasile. Nello stato del Mato Grosso del Sud,
quasi al confine col Paraguay, sono notizie banali, nessuno certo si
emoziona. Tutti vogliono qualcosa dagli indios: i latifondisti e le
multinazionali la terra, le sette pentecostali l´anima, i rivoluzionari
le braccia. Ma quando muoiono non lasciano rimorsi. Veron era un «cacique»,
un capo religioso, conosceva i segreti per guarire dai morsi dei serpenti,
per mettere di buon umore il sole e stuzzicare la pioggia. Parlava con il
Grande Padre ma da tempo le sue domande restavano senza risposta. Perchè
i suoi Kaiowà, una delle famiglie degli indiani Guarani, vivevano da
alcuni mesi come pezzenti, gettati ai lati di un´autostrada? La gente
sfrecciava, senza degnarli di uno sguardo come se fossero animali molesti,
noiosi come un rimorso. Perchè non potevano morire, come impone la
religione, nella terra senza dolore, «la terra senza diavolo» come
dicono loro, che può essere soltanto quella in cui si è nati? Marcos
Veron li aveva convinti a tentare, a mani nude, armati solo dei loro
diritti, di rioccupare parte dello spazio rubato. Una bestemmia pericolosa
nel Brasile dove i latifondisti conoscono una sola legge, la loro. Lui, il
cacique degli ultimi, dei dimenticati, era diventato famoso ma non era
stato sufficiente: i vigilantes delle fazende e l´esercito che li
spalleggiava li avevano cacciati via senza pietà. La tragedia dei Kaiowà,
in fondo, è già scritta nel loro nome: sono «gli uomini della foresta
alta» e quando i portoghesi sciamarono fino a qui in cerca di oro e di
schiavi arrancarono davvero tra alberi maestosi come cattedrali. Adesso
quegli alberi dove i Kaiowà cacciavano e parlavano con i loro dei
(neppure lo zelo meticoloso dei gesuiti nel Cinquecento è riuscito a
cancellarli dal loro cuore!) sono stati uccisi. E al loro posto dilagono
immense distese di soia e di pascoli. I killer vegetali sono proprio i
funzionari del «Funai», l´ente statale che dovrebbe difendere il
diritto alla terra degli indigeni. Dopo gli alberi hanno cominciato a «uccidere»
gli uomini, rubando la loro terra. Due secoli fa i Guarani occupavano il
venticinque per cento dell´immenso Mato Grosso, oggi il loro territorio
è raggrinzito all´uno per cento. Le comunità vivono assediate in lager
sempre più piccoli, aridi e sterili, circondati dai campi e dai pascoli
sontuosi dei fazenderos. Quando si rivolgono ai tribunali per aver
giustizia i giudici danno ragione alle sciroppose formule degli avvocati
dei latifondisti, oppure le pratiche spariscono nei tortuosi meandri degli
archivi. In Brasile, per fortuna, gli indios ribelli non li bombardano più
con gli aerei, non avvelenano più la loro acqua. È successo anche
questo. Per zittire le proteste internazionali, in Amazzonia, alcune
riserve sono state definite e tutelate, nel 1996 un Piano nazionale per i
diritti umani sembrava aver scolpito nella pietra le loro libertà. Ma nel
Mato Grosso del Sud i latifondisti usano una legge, quella della forza,
che è più efficace ancora delle pallottole. Colonizzatori e allevatori
possono, infatti, mettere in discussione impunemente i confini delle terre
indiane e così la lenta avanzata si è fatta frenetica. Nelle riserve di
Dourados e di Amambai non puoi coltivare e cacciare, gli uomini devono
cercare un lavoro nelle fabbriche dove si trasforma la canna da zucchero,
a centinaia di chilometri: una fatica che sfianca per poche decine di
dollari al mese. È stato allora che la gente di Veron ha cominciato a
uccidersi, per protesta, per gridare comunque che la vita gli era già
stata rubata. I Kaiowà sono diventati il popolo dei bambini suicidi:
Luciane, la più giovane, aveva nove anni quando l´hanno trovata
impiccata a un albero. Dal 1985 al 1999, 319 indiani su trentamila si sono
tolti la vita, la percentuale più alta del mondo. Gli assassini di Marcos,
i giannizzeri dei signori della terra, li hanno arrestati. Oggi nel
Brasile del presidente Lula si odono grida e programmi nuovi. Forse, un
giorno, arresteranno anche i loro padroni.
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LULA
Mogano nelle scuole
Il mogano
amazzonico abbattuto senza licenza e sequestrato dalla polizia sarà usato
per fabbricare banchi per le scuole pubbliche nelle zone più povere del
Brasile. Lo ha annunciato ieri il nuovo direttore dell'Istituto brasiliano
dell'ambiente (Ibama), Marcus Luiz Barroso Barros, appena nominato dal
presidente Inacio Lula da Silva. «Il mogano sarà trasformato in banchi
di scuola per le zone dove opererà il programma Fame Zero lanciato dal
governo in questi giorni - ha detto Barros - E' l'uso più utile che può
essere dato al legname rubato dalle riserve. Il legname sequestrato meno
pregiato sarà usato invece per la costruzione di case popolari». Barros,
che è medico, ha annunciato che la priorità della sua gestione sarà la
lotta al degrado ambientale e ai problemi sanitari che genera. «L'esclusione
sociale passa anche per il degrado ambientale e l'inquinamento», ha
commentato. Il disboscamento dell'Amazzonia e della Mata Atlantica sarà
permesso, ha concluso Barros, solo quando saranno presentati progetti di
rimboschimento intensivo approvati dall'ente.
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BRASILE/
LA TESTIMONIANZA
Lunedì 30 Dicembre 2002
Il presidente sia il guardiano dell’Amazzonia
La biodiversità della foresta tropicale costituisce il più alto
patrimonio di vita naturale
di MÁRCIA THEÓPHILO*
Un popolo indio della foresta amazzonica ha realizzato nel suo linguaggio
16 modi diversi di descrivere il verde. Solo nel profondo di quella
foresta si può coglierne così tante sfumature e significati. Distrutti
gli uomini che erano capaci di scorgere 16 modi d'intendere il verde,
distrutta ogni possibilità d'incontro con loro, resteremo per sempre
esseri umani per cui il verde è solo verde. L'umanità avrà guadagnato
in velocità di movimento ma chi può dire che il movimento sia più
prezioso di questo colore.
A me ha sempre interessato il problema degli Indios, i primi grandi
guardiani della foresta. Volevo capire a fondo la loro umanità così pura
all'origine e per questo minacciata dalla degradazione esposta a grandi
pericoli.
Attraverso i racconti di mia nonna india ho appreso il significato del
profondo legame con la foresta e attraverso le mie esperienze sono stata
portata a studiare le origini della cultura india. Mio padre è nato in
Amazzonia, nell' Acre, nella terra dove è anche nato il mitico guardiano
della foresta Chico Mendes. Nel mio lavoro ho cercato di fare una fusione
tra memoria emotiva e culturale, tra poesia e documentazione, tra mondo
arcaico e contemporaneo. Penso che senza la poesia non si possa
raggiungere l'anima della foresta. L'antropologia è una disciplina che ha
privilegiato gli oggetti e la cultura materiale. Io ho privilegiato il
soggetto più leggero: l'anima. Non a caso sono poeta antropologa.
L'attuale governo di Luis Inacio Lula da Silva ha dichiarato: «Il nostro
governo sarà un guardiano dell'Amazzonia e della sua diversità, io sarò
un guardiano della foresta, il nostro programma di sviluppo darà uno
sguardo speciale a questa regione e sarà marcato dalla responsabilità
ambientale. Il nostro governo rispetterà e cercherà di rinforzare gli
organismi internazionali e gli accordi internazionali rilevanti, come il
Protocollo di Kyoto, e il Tribunale Penale Internazionale nonché gli
accordi della non proliferazione delle armi nucleari e chimiche».
Da qui l'urgenza di salvare la foresta e i suoi esseri.
L'ultima catastrofe provocata in Amazzonia è un crimine contro la natura
che ha le dimensioni di una tragedia. La biodiversità, le varietà di
specie viventi, gli esseri umani e quelli che vivono nell'invisibile, le
divinità e i miti si trasformano l'uno nell'altro. Anche la nostra
cultura sparirà, come le nostre parole. La terra è un organismo vivente
di per sé, capace di generare la sua autodifesa. La mia voce, la mia
opera e l'opera di tutti i guardiani della foresta, come quella degli
Indios, dell'attuale governo brasiliano, del WWF, del partito dei Verdi,
sono generati da quella parte di autodifesa della natura. La parte opposta
che tende alla distruzione, purtroppo, si nasconde dietro al falso
sviluppo di un'economia che non bada ad un equilibrio possibile,
devastando e lasciando deserti e devastazione insanabili.
Edward O. Wilson padre del termine "biodiversità", inteso come
ricchezza e diversità di specie e di sistemi naturali con le loro
variazioni genetiche, ha detto: «La perdita della diversità genetica e
la distruzione degli ambienti naturali sono frutto dell'ottusità
contemporanea che le nuove generazioni, non saranno disposti a perdonarci».
La foresta tropicale costituisce un ambiente biologico estremamente denso
e vario sia per le sue forme di vita che per l'interazione esistente fra
di loro. Se si pensa che in un solo grande albero possono coabitare
migliaia di specie diverse che interagiscono con l'albero e fra di loro in
centinaia di migliaia di modi differenti si può dedurre che il patrimonio
naturale che potrà garantire il futuro dell'umanità raggiunge il suo
livello più alto nelle foreste tropicali.
Una delle prime e fondamentali difese di questo patrimonio di vita è
quella di studiare, documentare e inventariare questa biodiversità per
poter conoscere tutto quello che c'è attualmente e quello che ancora potrà
essere preservato.
La costruzione di una nuova prospettiva di sviluppo sostenibile esigerà
un accurato investimento nella scienza e nella tecnologia, invertendo le
priorità dei finanziamenti verso le diverse forme di economia solidale.
Nell'ultimo Summit mondiale svoltosi a Johannesburg, sulla terra e lo
sullo sviluppo sostenibile, nonostante che gli Stati Uniti e altre nazioni
siano tuttora ricalcitranti, si è sostenuto che l'epoca in cui viviamo è
segnata drammaticamente dallo stato di salute del nostro pianeta, unica
casa in cui viviamo tutti, nessuno escluso.
Sono consapevole che la scienza accresce la conoscenza e sviluppa le
potenzialità umane, ma sappiamo anche dell'esistenza di pessimi
consiglieri, uomini politici e l potere economico che dirigono un governo
superiore a quello delle varie democrazie degli stati del mondo.
Questi tendono a spingere la scienza e lo sviluppo verso interessi di un
mercato oscuro e tragico. Infatti, nella cultura occidentale gli alberi e
i fiori sono considerati solo un ornamento o un paesaggio, mentre nella
cultura Amerindia e in quella dell' Amazzonia, ogni elemento della natura
è parte del tutto, di un microcosmo sigillato da relazioni naturali
indispensabili uno all'altro.
Fino a poco tempo fa la cultura occidentale poneva l'essere umano come
padrone della natura dandogli il diritto di manipolarla a suo piacimento.
E' un sogno di onnipotenza da cui si sta svegliando l'umanità, l'uomo non
è al di sopra della natura, ma parte di un insieme.
Con la mia poesia cerco l'origine antica del nome degli alberi, degli
animali e dei fiumi. Ascolto la mia memoria e fra i suoi meandri ricerco
delle parole che abbiano il suono e il significato delle cose dette dai
popoli antichi della foresta. Scrivo queste parole e questi suoni e ad
essi seguono sogni e sentimenti di estasi, terrori, abbagli.
* Poetessa brasiliana, ha pubblicato in italiano "I bambini
giaguaro" e "Kupahuba,
albero dello Spirito Santo".
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La
Voce del Popolo del 10 febbraio ’02
Giovedì sera 31
gennaio il Salone Allamano dei Missionari della Consolata in c. Ferrucci
12 sì è riempito di gente di tutte le età che in un silenzio attento e
partecipe, spesso anche commosso, hanno ascoltato le drammatiche e
toccanti testimonianze provenienti dallo Stato di Roraima, in Brasile,
sull'etnocidio in atto contro i 40 mila Indios che colà vivono,
soprattutto dei popoli Yanomami, Macuxì e Wapichana. Carlo Miglietta ha
raccontato l'invasione di quelle terre da parte dei fazendeiros, i
latifondisti, dei garimpeiros, i cercatori d'oro, e dei madereiros, i
commercianti di legna- me, che con ogni sorta di violenze si
impadroniscono del territorio indigeno.
Un'antropologa
romana Silvia Zaccaria, appena tornata da Roraima, ha sottolineato la
gravità della situazione denunciando l'impressionante numero di suicidi
tra le popolazioni autoctone del Brasile, gesto disperato prima estraneo
alle loro culture. E ha portato agghiaccianti immagini relative alla
militarizzazione delle aree indigene, con la costruzione di caserme
addirittura! a ridosso dei villaggi, e le sequele di diffusione
dell'alcolismo, della prostituzione, e del ripugnante fenomeno delle
violenze sessuali di militari su donne indie. Inoltre ha fornito
documentazione sulla nuova campagna di stampa contro la Chiesa, con libri
e giornali che la accusano di voler «internazionalizzare» l'Amazzonia,
nonché di praticare ogni sorta di traffici illeciti ai danni del Brasile.
Ha parlato quindi
padre Silvano Sabatini, anziano e indomito difensore degli Indios, che ha
raccontato di essere partito sessant'anni fa per convertire gli Indios, e
di avere invece avuto motivo di personale conversione dall'incontro con
essi: aveva capito che nella loro cultura c'erano grandi valori. Ha poi
raccontato i suoi trent'anni di ricerche sul massacro del confratello
padre Giovanni Calleri e della sua spedizione tra gli Indios Waimirì-Atroari,
strage che il Governo attribuì agli Indios, ma che padre Sabatini, nel
suo libro «Sangue nella foresta amazzonica», ha dimostrato essere stata
ordita ed eseguita da multinazionali minerarie, con l'appoggio della CIA e
della setta protestante MEVA (Missione Evangelica Ari1azzonia),
interessate allo sfruttamento minerario dell'area.
Monsignor Aldo
Mongiano, Vescovo Emerito di Boavista, la capitale dello Stato di Roraima,
ha raccontato il suo drammatico impatto con una realtà di oppressione: e
la coraggiosa decisione della Chiesa di Roraima della «scelta
preferenziale dei poveri» a favore degli Indios, opzione che costò e che
costa gravi persecuzioni alla Chiesa e allo stesso Vescovo. il vivace
dibattito che è seguito a questi interventi, acutamente condotto dal
giornalista Alberto Chiara, anch'egli testimone commosso del genocidio in
atto a Roraima, ha sottolineato come la lotta per la sopravvivenza degli
Indios non sia solo un dovere morale, ma un’esigenza per l'ecologia del
pianeta terra.
Vaste adesioni sono
arrivate al CO.RO. (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni
del Brasile), per creare un forte movimento di pressione nazionale
internazionale sul Governo Brasiliano in difesa dei popoli indigeni tanto
vessati.
Carlo MIGLIETTA
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Il
Nostro Tempo del 3 febbraio 2002
Cristina Mauro
Gli indios Yanomami
vivono nel cuore della foresta amazzonica. Le tribù dei Macuxi e dei
Wapichana abitano da sempre nella savana. Oggi queste terre fanno gola ai
bianchi, perché nascondono minerali preziosi per le industrie delle
telecomunicazioni. Così, i diritti delle popolazioni indigene che una
volta erano tutelati, adesso sono in pericolo: minacciati dalle
multinazionali, sostenute dai politici, e persino dall'esercito. Sul
destino di Davide attaccato da Golia fa il punto giovedì 31 gennaio a
Torino un convegno voluto dai missionari della Consolata, "Difendere
gli indios per salvare il pianeta", presente il vescovo emerito di
Roraima, monsignor Aldo Mongiano.
La domanda con cui
si apre il dibattito è inquietante: gli indios rischiano il genocidio? Sì,
secondo i missionari: le popolazioni indigene, spalmate su tre stati del
Brasile (Amazzonia, Mato Grosso del Sud e Roraima) , già ridotte a poche
centinaia di migliaia, sono a un passo dall'estinzione. I loro diritti,
fin qui riconosciuti (anche se poco tutelati), sono di nuovo rimessi in
discussione. Il governo infatti ha voluto una commissione parlamentare
d'inchiesta per fare luce sulle demarcazioni delle aree indigene, in
particolar modo su quelle fascia di frontiera. Il presupposto. non scritto
negli atti ufficiali, ma sulla bocca di tutti, è che gli indios siano
pochi rispetto alla terra che rivendicano. Da qui la proposta, che suona
come una condanna a morte: confinare gli indios nelle "riserve".
Già, la terra. Per
i popoli indigeni è tutto. Nella terra piantano la manioca dalla quale
ricavano la farina, per preparare le focacce, il loro piatto; base. Dalla
terra prendo- no il materiale per costruire le loro capanne. Sulla terra,
infine, scorrono i corsi d'acqua, fiumi e torrenti,. nei quali gli indios
si dissetano, pescano, lavano i loro vestiti. La stessa identica terra
adesso fa gola ai bianchi. Sia per quel che offre al suolo (legname
pregiato, pascoli), sia soprattutto per quel che nasconde nel sottosuolo:
oro, platino, diamanti, ma anche zinco, titanio, tungsteno. Dice il
vescovo di Boa Vista, capitale dello Stato di Ro- raima, monsignor
Apparecido Josè Dias: Finora non è passata la legge che dà il via
libera all'incondizionato sfruttamento delle ricchezze minerarie nascoste
nelle terre indigene. Ma fino a quando il Parlamento federale riuscirà a
resistere alle pressioni di imprese, spesso multinazionali?
A Nord del Brasile,
i bianchi arrivarono nel. 1915. All'inizio erano cordiali, si presentavano
ai capi del villaggio chiedendo il permesso di allevare il loro bestiame.
Proteste e violenze vennero in seguito. Le terre indigene furono invase
prima dai fazendeiros, gli allevatori di bestiame, poi dai garimpeiros i
cercatori d'oro. Risultato? Gli indios in pochi decenni furono decimati.
Con le fucilate, a volte. O con le malattie, come varicella, malaria o
morbillo, che prima ignoravano. Soltanto intorno alla fine degli anni
Settanta, ;li indios cominciarono a prendere coscienza del rischio di una
estinzione.
Decisero quindi di
difendere la loro cultura. che poggia sulla comunità e non conosce la
proprietà privata. Alloro fianco si è subito schierata la Chiesa. Negli
anni Ottanta ecco la campagna internazionale ."Una mucca per
l'indio", messa a punto dai missionari della Consolata e fatta
propria dall'intera diocesi di Roraima: le popolazioni indigene, grazie
all'acquisto di mandrie da far pascolare sullo loro terre. riuscirono a
rivendicarne la proprietà.
Intanto. in Brasile
cambiava la cultura giuridica, più attenta ai diritti degli indios. Nel
1973, il governo decideva di salvaguardare gli ultimi territori indigeni
"demarcandoli". Nel 1988, la Costituzione federale riconosceva
agli indios il diritto al possesso permanente. e all'usufrutto esclusivo.
delle ricchezze naturali esistenti sul suolo, nei fiumi e nei laghi.
Purtroppo, a quattordici anni di distanza, il 60 per cento del totale del-
le terre indigene del Paese attende ancora di finire il lungo processo di
demarcazione. Non solo. Nel governo c'è chi non riconosce la demarcazione
prevista dalla Costituzione. come ad esempio nell'area Yanomami.
Ma il caso più
emblematico riguarda la mancata demarcazione dell'area Raposa Serra do
Sol, un milione e mezzo di ettari abitati da 15 mila indios, perché manca
la firma del Presidente della Repubblica. Forti gli interessi delle lobby
nel settore agricolo (coltivazione del mais), nel campo minerario, che
vogliono le popolazioni indigene in piccole "riserve". L'anno
scorso, si è messo in mezzo pure l'esercito, che rispolverando un vecchio
piano di militarizzazione delle frontiere (il progetto "Calha Norte.)
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