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Uniti per la vita contro la violenza e l’impunità Campagna internazionale degli indigeni, dei contadini e degli emarginati della città - Roraima (Brasile).

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Rassegna Stampa

Sommario:

"Noi esistiamo": la campagna in difesa dei poveri di Roraima da Jesus di Aprile 2004

RORAIMA: GOVERNO BRASILIA CONFERMA OMOLOGAZIONE TERRE RAPOSA/SERRA DO SOL (10 gennaio 2004)

LIBERATI I TRE MISSIONARI DELLA CONSOLATA RAPITI IN BRASILE (7 gennaio 2004)

Coloni aggrediscono una missione indios (6 gennaio 2004)

Intervista di P. Silvano Sabatini ad André Vasconcelos, coordinatore della Campagna Nós Existimos (30 Settembre 2003 ore 22 circa)

Moria di animali lungo i fiumi amazzonici probabilmente per un batterio sconosciuto Giornale di Brescia 4 febbraio 2003

Porto Alegre 2003: un bilancio di Redazione (redazione@vita.it) 29/01/2003

DIARIO DA PORTO ALEGRE. La Gazzetta del Mezzogiorno 29.01.2003

La marcia di Porto Alegre, 30 mila «sì» alla pace Corriere della Sera 24/01/2003

Porto Alegre, scatta l'ora delle strategie Il Nuovo 22.01.2003

PERCHE’ LULA E’ TRA I «NO GLOBAL» Corriere della Sera del 21/01/2003

Almeno in 100 mila a Porto Alegre contro la guerra e il neoliberismo Corriere della Sera del 21/01/2003

MARCOS VERON UCCISO IN BRASILE DAGLI SGHERRI DEI FAZENDEROS  La Stampa 18/1/2003

il manifesto - 14 Gennaio 2003 Mogano nelle scuole

BRASILE/ LA TESTIMONIANZA Il Corriere della Sera  30 dicembre 2002

La Voce del Popolo del 27 gennaio 2002

Il Sole 24 ore del 28 gennaio 2002

Il Giornale del Piemonte del 31 gennaio 2002

La Repubblica del 31 gennaio 2002

La Stampa del 31 gennaio 2002

Il Nostro Tempo del 3 febbraio 2002 (articolo di Carlo Miglietta)

Il Nostro Tempo del 3 febbraio 2002 (articolo di Cristina Mauro)

La Voce del Popolo del 27 gennaio 2002 (articolo di Carlo Miglietta)

Diocesi di Torino

La Voce del Popolo del 10 febbraio ’02 (articolo di Carlo Miglietta)

 

"Noi esistiamo": la campagna in difesa dei poveri di Roraima

Da Jesus di Aprile 2004

Fanno fronte comune. Ed è la vera novità. Tra gli Stati che compongono la Repubblica federale del Brasile, quello di Roraima è il più settentrionale. Confina con il Venezuela e la Guyana; conta oltre 300 mila abitanti, di cui circa 50 mila indios (Macuxi, Yanomami, Wapichana, Ingarikò, Taurepang, Patamona, Waimiri Atroari, Wai Wai); abbraccia ampie porzioni di foresta amazzonica e di savana. È ricco di oro e diamanti; il sottosuolo custodisce, tra l’altro, il tantalio, un minerale oggi molto ambìto giacché con esso si fabbricano telefonini e computer.

A Roraima, indios, piccoli agricoltori ed emarginati urbani per la prima volta insieme rivendicano diritti e avanzano proposte economico-sociali. La campagna cui hanno dato vita si chiama Nós existimos, "Esistiamo anche noi". Tanti, gli obiettivi dichiarati: si chiede il rapido riconoscimento legale della terra indigena non ancora "omologata" (la regione Raposa Serra do Sol in primo luogo), la difesa delle aree indigene già definite, l’approvazione dello Statuto dei popoli indigeni, la regolamentazione dello sfruttamento minerario e della presenza militare nelle zone popolate dagli indios.

Non solo: si sollecitano la concessione dei titoli di proprietà della terra ai piccoli agricoltori, congrui investimenti per un’agricoltura familiare ecocompatibile, il blocco dei latifondi e delle industrie con un devastante impatto ambientale. Infine, si invoca la creazione di posti di lavoro per gli emarginati urbani, la lotta contro la violenza, la corruzione e l’impunità.

Ufficializzata nel Forum sociale mondiale svoltosi a Porto Alegre nel gennaio 2003, appoggiata in Brasile dai sindacati, dalle organizzazioni che si battono per i diritti umani e dalla Chiesa cattolica (il vescovo di Roraima, monsignor Aparecido José Dias, in testa) la campagna Nós existimos varca ora le frontiere dell’America meridionale e approda in Europa. In Germania, ad esempio, è rilanciata dalla Pro Regenwald di Monaco. In Italia, è promossa dai Missionari della Consolata di Torino, dal Comitato Roraima, da Movimondo e da altri gruppi, enti, associazioni. La Regione Piemonte (per la precisione: l’assessorato al volontariato e agli affari internazionali guidato da Mariangela Cotto) ha finanziato in parte il progetto di comunicazione "Piemonte, Roraima e dintorni, prove tecniche di globalizzazione dei diritti" volto a documentare e a far conoscere la Campagna.

Chi vuole può aderirvi visitando i siti www.missioniconsolata.it o www.giemmegi.org, firmando l’appello e spedendolo a: Missioni Consolata, Nós existimos, corso Ferrucci 14, 10138 Torino; telefono: 011/44.00.400 (ore 15,30-19). Per eventuali offerte di denaro: conto corrente postale numero 33405135 intestato a Missioni Consolata Onlus, corso Ferrucci 14, 10138 Torino, specificando come causale del versamento Nós existimos.

Alberto Chiara

 

RORAIMA: GOVERNO BRASILIA CONFERMA OMOLOGAZIONE TERRE RAPOSA/SERRA DO SOL

BRAZIL 10/1/2004 16:29

Il ministro della Giustizia del governo federale, Márcio Thomaz Bastos, ha confermato l’omologazione (cioè la definitiva assegnazione) delle terre della riserva indigena Raposa/Serra do Sol, nello stato di Roraima, nel nord del Brasile. Bastos ha confermato la decisione al governatore dello Stato, Flamarion Portela, giunto a Brasilia per incontrarsi con il ministro ed il presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Da questo vertice e dal lavoro che, dalla prossima settimana, sarà realizzato dal costituendo comitato di transizione, dovrà scaturire una soluzione per tutti i problemi della zona, sia quelli degli indigeni che dei piantatori di riso. Nel comitato siederanno rappresentati del ministero stesso, del governo dello Stato di Roraima, di Casa Civil, Funai (Fondazione nazionale dell’indio) e Incra (Istituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria). Bastos ha categoricamente escluso dei passi indietro nell’omologazione delle terre, prevista per la fine di gennaio, dopo trent’anni di lotte sociali, e ha assicurato che il processo di pacificazione sarà garantito da un contingente militare che verrà inviato sul posto per tutelare la sicurezza della popolazione locale. I ‘fazendeiros’(latifondisti), da parte loro, hanno deciso di rimuovere una parte dei blocchi stradali che interessavano soprattutto le autostrade 174 e 401 e precludevano l’accesso alla capitale Boa Vista e a tutta la riserva Raposa/Serra do Sol. In città, ormai, i mezzi di sostentamento e il carburante stavano cominciando a scarseggiare. "Il nostro non è un gesto di debolezza" ha detto Agenor Fátio, uno dei ‘fazenderos’ leader dei settori contrari all’assegnazione definitiva della terra agli indigeni. "Al contrario – ha aggiunto – siamo più forti che mai". Poi ha concluso ricordando ai suoi che "siamo in guerra". A Raposa/Serra do Sol sono circa 15mila gli indios, appartenenti alle etnie Macuxi, Wapixana, Ingarikó, Patamona e Taurepang, che vantano un diritto di proprietà sul milione e 700mila ettari circa di terreni che lo Stato ha deciso di assegnare. Coltivatori di riso, ‘fazendeiros’ e imprenditori dello Stato di Roraima vogliono che rimangano escluse dall’omologazione le città e le ‘fazendas’ sorte su queste terre. Lo scorso 6 gennaio un gruppo di indigeni manipolati da queste forze sociali ha rapito tre missionari della Consolata a Surumù, a 220 chilometri dalla capitale Boa Vista, e li ha detenuti in ostaggio fino all’8 gennaio. La missione è stata depredata e devastata.[LL]

 

LIBERATI I TRE MISSIONARI DELLA CONSOLATA RAPITI IN BRASILE

- Intervista con fratel Carlo Zacquini -

Si è conclusa felicemente la vicenda dei tre missionari della Consolata rapiti il 6 gennaio nello Stato brasiliano di Roraima: i tre – un brasiliano, un colombiano ed uno spagnolo – sono stati rilasciati ieri sera dai sequestratori, un gruppo legato ai coltivatori di riso e contrario alla redistribuzione della terra a favore degli indios. Ma la paura per la loro sorte è stata molta, come conferma fratel Carlo Zacquini, da 40 anni impegnato nella pastorale indigena in Brasile, intervistato da Andrea Sarubbi:

R. – Noi abbiamo avuto paura perché sono coinvolti non-indios, e poi c’era gente ubriaca; uno dei tre missionari ha fatto subito una dichiarazione dicendo di avere avuto paura che li uccidessero: li hanno minacciati, si sono sentiti molto umiliati, in una situazione abbastanza difficile.

D. – Fratel Carlo, qual è il panorama della presenza indigena a Roraima?

R. – E’ una savana abbastanza arida, dove gli stessi indios allevano bestiame; adesso si vedono con questa terra ancora invasa dai grandi latifondisti che fanno grandi piantagioni di riso con uso abbondante di agrotossici che causano problemi seri non solo alla fauna ma anche alle persone che si lamentano di malesseri dovuti a queste sostanze tossiche.

D. – Come sono riusciti questi latifondisti a farsi appoggiare da una parte – si dice il 20 per cento – della popolazione indigena?

R. – Uno dei punti su cui fanno forza è, per esempio, quel villaggio in cui sono stati tenuti prigionieri è un villaggio dichiaratamente protestante; ora, i missionari protestanti orientano la popolazione a non lottare per la propria terra perché – insegnano i missionari – la loro terra è in cielo: ecco una posizione facilmente sfruttabile. Il governo ne approfitta e in quel villaggio finanzia opere sociali ed altre attività per tener buona la gente, per averla dalla sua parte.

D. – Fratel Carlo, immagino che questo rapimento sia soltanto lo specchio delle tante pressioni che voi missionari siete costretti a subire in quella zona ...

R. – Per carità! Là bisogna sempre fare attenzione a dove si va, come si fa e quando si parte ... ci sono missionari che sono stati minacciati di morte già da anni e devono fare attenzione alle imboscate ... i mezzi di comunicazione sono tutti contro la Chiesa, in questo campo, perché sanno che l’appoggio della Chiesa agli indios è estremamente importante!

D. – Torniamo su Lula. In campagna elettorale il presidente aveva puntato molto sulla questione indigena. Sta mantenendo la promessa di difendere gli indios oppure no?

R. – Per ora, io direi che i suoi interventi sono stati troppo timidi, inaspettatamente timidi. Noi siamo rimasti veramente malissimo da questa situazione: ci rendiamo conto che lui non ha la maggioranza in Parlamento e quindi ha bisogno dei voti anche dei politici di Roraima. Ma mi sembra che questo non possa giustificare le lungaggini che sono già costate altre vite, per cui mi pare dovrebbe fare una seria riflessione, l’attuale governo, e dare prova di maggiore decisione.

da radio vaticana

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 Coloni aggrediscono una missione indios

Il coordinatore della Pastorale indigenista di Roraima, in Brasile, racconta i soprusi subiti dagli indios nella riserva Raposa Serra do Sol. L'ultimo episodio riguarda un gruppi di coloni che hanno assaltato un centro missionario, distruggendolo e prendendo in ostaggio tre persone

10 gennaio 2004 - "Sono entrati nel centro cattolico per gli indigeni di Sorum. Hanno saccheggiato l’ospedale, la scuola e la mensa. Poi hanno preso tre missionari in ostaggio. Li hanno appesi nel centro del villaggio vicino e li hanno umiliati, torturati". A raccontare l’assalto da parte di un gruppo di coloni nella riserva indigena di Raposa Serra do Sol, nel nord dello stato amazzonico di Roraima, in Brasile, è il coordinatore della Pastorale Indigenista a Roraima, Fratel Carlo Zacquini. "Sono trentanove anni che vivo in Brasile, qui tra gli indios, e da sempre sono testimone di questi soprusi – racconta il missionario della Consolata – Questo episodio è l’ennesima brutalità fatta dai coloni. A scatenarne l’ira, questa volta, è stata la dichiarazione del Ministro della Giustizia del 23 dicembre scorso. A quanto pare Lula finalmente firmerà a breve il documento di riconoscimento della proprietà della terra Raposa do Sol agli indigeni. Questo significa che presto tutti coloro che occupano illegalmente le terre dovranno andarsene".

I coloni, furiosi, hanno organizzato anche una manifestazione a Boa Vista, la capitale dello stato, e ne hanno bloccato le tre strade d’accesso. "Non vogliono arrendersi – riprende fratel Carlo – Nonostante non ne abbiano nessun diritto, continuano ad occupare l’area con la forza. In questa zona sono presenti perlopiù coltivatori di riso ma anche qualche allevatore. Scorrazzano indisturbati, torturano e uccidono gli indios come fossero bestie. Ho visto uomini marchiati a fuoco. Donne e bambini maltrattati. E tanti, troppi morti". In queste terre vivono varie popolazioni indios: Makuxi, Wapichana, Ingariko’, Taurepang, Ianomami e Patamona. Nella lotta per il riconoscimento dei propri diritti sono sostenuti dal Consiglio Indigeni del Roraima (CIR).

"La notizia che presto arriverà la firma di ratifica del riconoscimento della proprietà indigena ha riacceso le speranze in questa zona – spiega il missionario – Finalmente potranno essere inserite nel catasto federale e ottenere la piena legalità. E’ tutto pronto. Manca la tanto attesa firma. Questa gente se la merita. Ne ha bisogno. E diritto. Le centinaia di coloni usurpatori devono andarsene. Sono deleteri. Per i propri interessi non si fanno nessun tipo di scrupolo. Ho visto Ianomami armati di fucili uccidere altri Ianomami per semplici screzi. Eppure il fucile non fa parte della loro cultura. Sono i coloni ad armarli, a pagarli, sperando che si eliminino a vicenda. Un mese fa, in uno scontro a fuoco, è stato ucciso persino un infermiere di una Ong che stava curando un gruppo di indios nella foresta. Per non parlare dei danni che i coltivatori provocano all’ecosistema – aggiunge -. Per colpa degli agrotossici stanno morendo migliaia di uccelli. I fiumi sono inquinati. E gli indios vivono di questa acqua".

Fratel Carlo spera dunque nel pronto intervento del presidente brasiliano. "La terra agli indigeni era una delle sue priorità in campagna elettorale – sottolinea – e gli indios credevano in lui. E’ già passato un anno. Speriamo che questa volta sia fatta giustizia. Eppure in Brasile ci sarebbe terra per tutti. Posto per tutti. Se si rispettassero gli altri". Il Roraima occupa una superficie di 300.000 chilometri quadrati. Il 43 per cento di questa è indigena. "Il futuro di questa gente è appesa alle decisioni di Lula – conclude il missionario -. Spero che dia presto un segnale concreto del suo impegno. La situazione sta precipitando".

Stella Spinelli

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Intervista di P. Silvano Sabatini ad André Vasconcelos,

coordinatore della Campagna Nós Existimos

30 Settembre 2003 ore 22 circa

 

P. Silvano: André raccontami alcune cose caratteristiche di questo incontro che avete avuto a Rorainopolis in questi giorni.

André: A questo incontro nel sud dello stato di Roraima hanno partecipato 21 leader indigeni, 21 agricoltori e 21 rappresentanti del lavoratori emarginati delle città. Sono stati accolti dalla comunità locale, dalle famiglie che li hanno ospitati e che si sono dimostrate interessate. L’ l’incontro verteva sulla necessità di costruire una proposta che unisse indios, agricoltori e lavoratori emarginati delle città alla ricerca di una maggiore dignità. In questo senso tutti gli incontri di interscambio di solidarietà che si stanno realizzando sono molto interessanti. Noi riteniamo che questi incontri di solidarietà a cui partecipano le tre componenti dello stato di Roraima facciano parte della strategia della Campagna Nós Existimos. Noi non vogliamo che la diocesi di Roraima ci presenti qualcosa di già preconfezionato, ma a partire dal dialogo e dall’ascolto reciproco, vogliamo raggiungere una convivenza armoniosa tra indios, lavoratori rurali ed emarginati delle città, e costruire quindi nuove strategie, nuove alternative di lotta.

P. Silvano: Che cosa si è detto, in questo incontro, di situazioni "magari non normali"?

André: I tre incontri del primo semestre del 2003 sono stati di pura conoscenza; nell’ultimo, invece, il quarto, abbiamo cercato di essere più dinamici e concreti. La Campagna si propone di interagire meglio tra i tre gruppi e di offrire delle prospettive alternative. Questo municipio di Rorainopolis, nel sud dello stato di Roraima, è un caso lampante di disattenzione dello stato verso la popolazione. Ci sono una serie di opere incompiute. Uno degli obiettivi è stato quello di valutare queste opere incompiute, costruite dal municipio di Rorainopolis. Il governo federale aveva stanziato più di quattro milioni di Reais (€ 1.333.000 ndr) per la costruzione di queste opere che non hanno avuto compimento. Il sistema delle fogne non è finito: per costruire questo sistema di fognature si sono spesi oltre due milioni di Reais (€ 666.000 ndr), ma tuttora mancano gli allacciamenti alle abitazioni. La stessa cosa è successa per un ospedale pubblico: le installazioni sono costate più di un milione di Reais (€ 333.000 ndr) , ma l’ospedale non sta funzionando, sia per mancanza di personale sia perché è stato costruito in una forma inadeguata: non si può nemmeno installare un’apparecchiatura per raggi X o altri strumenti. Altra realizzazione incompiuta è una "casa" per la produzione di farina di manioca realizzata per intervento di un deputato. Inaugurata due anni fa, non funziona perché nessuno si è preoccupato di programmare la produzione di manioca con cui ottenere la farina. Si è costruita una casa abbastanza esuberante, ma è un’opera non finita e quindi non utilizzabile. Successivamente abbiamo visitato un mercato comunitario, non terminato, che non attende alle aspettative della comunità, un campo sportivo, una palestra all’aperto costata centomila Reais (€ 33.000 ndr) di cui esiste solamente la struttura metallica. In totale sono state visitate sette opere che non rispondono agli obiettivi per i quali erano stati stanziati i soldi. Questa esperienza di non rimanere solo in un luogo chiuso, ma di andare a visitare queste opere e quindi di interagire con la realtà locale è stata fortemente elogiata. Le persone si rendono conto che non possono più accettare questa situazione imposta, ma che bisogna cercare nuovi cammini che richiedono molte discussioni, molti dibattiti.

P. Silvano: E’ vero che qualcuno voleva impedirvi di fotografare le opere?

André: Si è vero. Un giovane wapichana stava filmando le fognature non finite ed è stato fermato dalla polizia. Quando è arrivato il gruppo dei partecipanti all’incontro, di 60 persone, la polizia non ha più potuto impedire le riprese. Io come giornalista non ero li; perché ero impegnato in una riunione con la CUT. Mi trovavo con undici sindacalisti, e lei sa bene che i sindacalisti hanno un’esperienza maggiore dei contadini su come affrontare la polizia. Quando sono arrivato ho cercato di forzare un po’ la situazione. Gli indios hanno commentato questo episodio dicendo che se fossero stati in territorio indigeno avrebbero sequestrato i poliziotti, ma essendosi trovati in territorio "bianco", hanno rispettato l’azione dei leader "bianchi". Questa dichiarazione degli indios è molto bella perché dimostra che, se i bianchi avessero deciso di affrontare la polizia, gli indios si sarebbero schierati dalla loro parte. Un’esperienza molto interessante.

P. Silvano: Quali sono le caratteristiche più significative di quell’incontro?

André: Oltre alla visita alle opere pubbliche non finite, la cosa importante è stata quella di stabilire delle relazioni di solidarietà con la popolazione. Nell’incontro alla Raposa Serra do Sol (aprile 2003) si è creata una solidarietà molto forte tra agricoltori e indios. Perché ci sono in comune delle lotte molto simili come quella per il diritto alla terra e si stabiliscono facilmente delle relazioni. Le relazioni con gli emarginati della città sono diverse perché la città ha una realtà molto più complessa, e le loro lotte vertono soprattutto sulla ricerca di un impiego e la lotta contro la corruzione. Il secondo incontro fu nell’area di Apiaú: è stato un incontro che ha segnato profondamente la vita di quella comunità. Il terzo incontro a Boa Vista è terminato con una marcia per le strade contro la corruzione. In questo quarto incontro abbiamo deciso di fare un’ulteriore marcia e, visto che la città è più piccola, ha avuto un impatto maggiore che a Boa Vista. Molte persone si sono sorprendentemente aggregate alla marcia, sebbene non avessero partecipato ad incontri anteriori. Abbiamo voluto dimostrare che la popolazione non è soddisfatta. E’ stata una marcia organizzata contro la corruzione ma anche a favore degli indios, della Raposa Serra do Sol, a favore dell’agricoltura familiare, per gli incentivi agricoli, per la creazione di impieghi. Siamo passati, marciando, davanti alle opere non compiute ed è stato un momento di formazione per la popolazione locale che ha seguito la marcia. Perché questo incontro si è proposto come momento di analisi della realtà. Questo confronto con la realtà non è ben visto da chi ha il potere. La marcia è stata positiva. Dopo questa marcia l’incontro è continuato. La marcia ha a avuto luogo nel secondo giorno. Nel terzo giorno si è svolto un dibattito, una discussione in gruppo per trovare proposte su come agire. Certamente la solidarietà non finisce con l’incontro. Le proposte principali emerse dall’incontro sono divise in quattro, anzi cinque aree. Esiste una necessità molto grande di informazione. Nelle zone rurali non ci sono giornali, arriva solamente la radio del governo, internet non esiste, non c’è televisione (esiste solo nelle grandi città). Esiste una necessità immensa di scambio di informazioni che porti una conoscenza migliore. Se non si sono uniti prima indios, agricoltori e lavoratori delle città, è dovuto in parte alla non conoscenza delle problematiche di ciascuno. Esiste una distanza e una contrapposizione, stimolata dal governo locale, tra queste tre componenti, e gli incontri si propongono di ridurre questa distanza. E’ importante fare un giornale popolare. Un altro settore di intervento è quello della formazione: i vari gruppi che compongono la Campagna già offrono una formazione per i loro dirigenti. I leader indigeni, per esempio, sono costantemente in riunione. Gli agricoltori attraverso le loro entità rappresentative, come la CUT e la pastorale della terra, hanno i loro programmi di formazione che parlano della realtà specifica degli agricoltori. Nella città la CUT e le altre pastorali hanno un processo costante di formazione. Però manca l’interazione tra queste realtà e questo è ciò che ci proponiamo di realizzare. La formazione specifica di ogni settore è molto importante, così pure è importante la socializzazione. Noi non vogliamo trovare dei programmi alternativi, ma all’interno dei programmi che già esistono, trovare una metodologia affinché ogni gruppo non discuta solamente della propria realtà, ma possa interagire con gli altri. Questo è il lavoro che stiamo iniziando e per ora non sono molte le persone coinvolte, circa 60. Noi vogliamo cercare di interagire con tutti coloro che già si occupano di pastorale di indios, di agricoltori, di emarginati delle città. Io penso che, approfittando delle strutture che già abbiamo, potremo coinvolgere circa tremila persone. Un altro settore di intervento, ed è sorta una proposta molto rivoluzionaria, è la creazione di una Banca di Solidarietà. Un’agenzia finanziaria che, a partire dai fondi limitati che già esistono, potrebbe appoggiare delle iniziative nell’area della produzione. E’ un’idea nuova, audace, è uno degli obiettivi che ha bisogno di approfondimento perché tutto il dibattito è incentrato su come liberare le persone dalle strutture di potere da cui dipendono, dalle false promesse elettorali. Un altro dibattito è stato sulla commercializzazione dei prodotti. E’ chiaro che l’autonomia della Campagna e delle organizzazioni sociali passa necessariamente per l’autonomia economica. Esistono oggi in Brasile quelli che noi chiamiamo mediatori, che guadagnano su quello che noi produciamo. E’ un dibattito affascinante, è la ricerca di un commercio di giustizia. Bisogna fare in modo che gli indios e gli agricoltori possano commercializzare tra loro i prodotti, perché gli indios non devono comprare riso dal latifondista che ha invaso le loro terre e l’agricoltore non può smettere di coltivare il suo riso o i suoi fagioli solo perché ci sono i latifondisti che lo stanno già facendo. Bisogna generare una domanda che rompa con questa struttura di monopolio che soffoca la popolazione. E’ necessario costruire un interscambio tale che tutti possano guadagnare. Al di la dei mediatori c’è una rete di politici corrotti che approfitta della situazione, per esempio nel campo dei trasporti, dove gli agricoltori sono totalmente dipendenti da questi politici. E se gli agricoltori non sono d’accordo con questi politici non hanno la possibilità di commercializzare i loro prodotti perché viene loro negato l’accesso ai trasporti. L’idea è di eliminare queste mediazioni e di creare una rete di commercializzazione giusta dei prodotti per arrivare ad un’autonomia economica e conseguentemente politica. Si possono organizzare delle cooperative che possano trasportare direttamente le merci in città. Quindi formazione, informazione, commercializzazione, trasporti e finanziamenti di solidarietà.

 

P. Silvano: Questi obiettivi, dall’inizio della Campagna ad oggi, sono cresciuti? Si è presa più coscienza?

André: Un agricoltore, un leader sindacale, ha detto durante l’ultimo incontro, che noi dobbiamo essere prudenti perché il nostro progetto è molto audace e non possiamo commettere sbagli nell’esecuzione. Il governo locale infatti, sebbene corrotto, può attaccarci con i suoi avvocati, e sviare fondi. Perché rompere con la dipendenza economica e politica, costruire una sinergia tra indios, agricoltori ed emarginati delle città, significa cambiare la storia di Roraima. Questo intervento è stato appoggiato da tutti i presenti all’incontro. Noi abbiamo coscienza che questa Campagna destruttura la struttura del potere locale. Esiste la consapevolezza della necessità di costruire una proposta economica e politica, ma non possiamo pensare di risolvere la situazione da un momento all’altro. E’ necessario fare dei passi chiari, concreti. Ma questo è sicuramente un cammino che genererà una grande trasformazione a Roraima.

P. Silvano: Quali altre osservazioni potresti fare?

André: Il municipio in cui abbiamo realizzato il quarto incontro si trova sulla strada che unisce Manaus a Boa Vista. Rorainopolis è una città costruita senza alcun progetto. Più del 90% della popolazione è immigrata o di famiglie immigrate. La gente locale è lavoratrice, onesta, che lotta. Ma è un popolo senza protezione. Vive in una condizione di miseria, di sfruttamento estremo; veniva già da una situazione di miseria dal nord est brasiliano, alla ricerca di una terra promessa, perché qui c’è acqua e terra fertile, tutte le condizioni per vivere bene. Sono usciti da un momento critico della loro vita nel nord est, di fame e di siccità, e oggi cominciano a capire che cosa vuol dire essere cittadini. E non si accontentano più delle "briciole" dei politici. Sono lavoratori, sanno che la terra è fertile e che con un po’ di organizzazione potrebbero vivere meglio. Stanno prendendo consapevolezza di avere dei diritti. Il popolo onesto, lavoratore è oggetto di sfruttamento, vive una situazione difficile perché altri si sono appropriati di ciò che era loro per diritto.

P. Silvano: Sull’incontro dell’ Apiaú (aprile 2003) cosa mi puoi dire? (Nel 1999, in un incontro di animatori pastorali realizzati a Sao Luis de Anauá, ricordo vi parteciparono alcuni agricoltori dell’Apiaú. Uno di loro abitava esattamente nel luogo dove nel 1953 esisteva una maloca indigena. Io lo feci notare. Mi aggredì urlando :"E’ tutto falso. Non ci sono mai stati indios in quell’area". Io, risposi: "Vuoi che ti presenti centinaia di fotografie che attestano la loro presenza?". Rispose urlando: "Voi, preti, siete solidali soltanto con gli indios e li vedete dappertutto…").

André: Apiaú e Rorainopolis sono due realtà diverse, però le condizioni di vita dei lavoratori sono simili: pessime condizioni delle strade, terre nella foresta mal distribuite e famiglie abbandonate alle loro necessità. L’incontro dell’Apiaú è stato un precedente per capire che cosa potevamo fare in futuro. La proposta di fare l’incontro nel sud dello stato, a Rorainopolis, è sorta proprio nell’incontro dell’Apiaú. Si è arrivati alla conclusione che in Roraima ci sono diverse realtà. Apiaú è una realtà di agricoltori. Non è completamente diversa dalle altre realtà ma ha la sua peculiarità. Apiaú è più vicina a Boa Vista, ha avuto un processo di colonizzazione recente, un’organizzazione più forte dei lavoratori. Le condizioni di produzione sono diverse. Apiaú è un’area più vicina agli Yanomami, (in terre strappate direttamente a loro), c’è più consapevolezza di abitare vicino ad un’area indigena. Rorainopolis, invece, si trova al margine della strada BR 174: è un area di traffico intenso e ci sono delle realtà diverse. La gente lavora molto con il legno. Ad Apiaù c’è sfruttamento di legname ma, diversamente da Rorainopolis, non ci sono segherie. Rorainopolis è una città che è esplosa demograficamente negli ultimi 6 – 7 anni, da quando è stata trasformata in municipio. E’ una piccola città, ma con un grande caos sociale, c’è più violenza, prostituzione, droga, morti… Questa città si trova a metà del cammino tra Manaus e Boa Vista, esattamente a metà. E’ una città piena di avventurieri, provenienti da Boa Vista, dallo stato di Amazonas: sono sfruttatori di legname, sono anche sfruttatori della prostituzione femminile e infantile. L’incontro di Rorainopolis è stato più intenso dell’incontro dell’Apiaú per la sua dinamica. Il confronto con la realtà è stato maggiore. Abbiamo capito come l’organizzazione popolare può cambiare i cammini della storia.

P. Silvano: Andiamo in area indigena, che cosa è stato più importante nell’incontro di Maturuca?(fine marzo-inizio di aprile).

André: L’incontro di Maturuca è stato il primo, e la prima cosa che emerge è la novità. La sorpresa di capire, da parte degli indios, di avere degli alleati. Perché i popoli indigeni nel corso di questi anni pensavano che i loro alleati fossero solo gente al di fuori dello stato di Roraima. Cittadini stranieri e organizzazioni in difesa dei diritti umani. Ma dagli indios il popolo di Roraima è sempre stato visto come un popolo anti indigeno. La novità emersa dall’incontro di Maturuca è stato il fatto che gli indios abbiano chiesto scusa per aver parlato male dei bianchi. "Noi stiamo parlando male dei bianchi", hanno detto gli indios, "ma non stiamo parlando male di voi bianchi che siete qui. Parliamo male dei bianchi che hanno interessi nell’area indigena, che invadono la nostra terra, che maltrattano gli indios, che uccidono…". L’incontro è avvenuto due mesi dopo la morte di Mota, dall’esecuzione di questo indio Mota. Per gli indios, capire che gli agricoltori sono solidali con loro, è stato "scioccante". Gli indios hanno un grandissimo rispetto per la Chiesa, ma anche un grande rispetto per la CUT. Si sono interessati per capire che cosa è la CUT come sindacato. Hanno dimostrato grande interesse anche per la Commissione sulla pastorale della terra e anche per il Centro di difesa dei diritti umani e di altre organizzazioni che fanno parte della Campagna. Paolo, leader degli agricoltori, dopo l’incontro di Maturuca, ha detto: "Esco da questo incontro con la consapevolezza che esiste un movimento molto ben organizzato in Roraima. E questo movimento è il movimento indigeno che ha molto da insegnare ai non indios". Questo è molto interessante: noi sappiamo che per l’opinione pubblica di Roraima gli indios sono imbecilli, ma quando li si conosce si capisce che si può imparare molto da loro e, a loro volta gli indios, dicono che hanno molto da imparare dai bianchi.

P. Silvano: Nell’incontro a Boa Vista,(1 e 2 di maggio) con i lavoratori urbani, quali novità sono emerse?

André: E’ stato un incontro molto diversificato. C’erano 124 persone mentre la nostra previsione era di 60. Il tema principale era quello della corruzione, della corruzione nel pubblico impiego. Il problema principale per i lavoratori urbani è il lavoro, per gli indios è la terra, per gli agricoltori la terra in un’agricoltura familiare-sostenibile. E’ stata discussa la situazione del lavoro. Si è discusso sull’installazione di una fabbrica di cellulosa in Boa Vista, sull’impatto ambientale di questa fabbrica. Una fabbrica che, secondo i dati governativi, dovrebbe generare 634 posti di lavoro e che lo stato presenta come la salvezza di Roraima. Ma questa fabbrica porta un grande inquinamento; 634 posti di lavoro sono insignificanti e il governo la presenta come un grande progetto e offre incentivi fiscali per favorirne l’installazione, ma noi consumatori di Roraima pagheremo l’impatto ambientale di questa fabbrica e pagheremo, come contribuenti, il costo in dollari dell’energia importata dal Venezuela, necessaria a questa fabbrica. Una fabbrica di proprietà di un gruppo svizzero – canadese che potrà produrre cellulosa qui in Roraima e che avrà anche l’energia pagata dallo stato di Roraima. La fabbrica ha bisogno di 150 mila ettari di piantagioni di acacia mangium e questo costituisce un impatto ambientale disastroso. Un altro argomento discusso nell’incontro, è stato il fatto che il governatore di Roraima avrebbe aderito al Partito dei lavoratori (ciò avvenne poco dopo ndr.). Un governatore sul quale pesano molte denuncie di corruzione, è stato invitato ad entrare nel partito del presidente Lula e tutti sanno che Lula è un presidente che appoggia il movimento sociale della sinistra. E questo è certamente un problema inquietante.

P. Silvano: Parliamo un po’ della CUT, Le caratteristiche e le prospettive di questo grande sindacato.

André: La CUT ha iniziato da subito a partecipare alla Campagna Nós Existimos. Quando noi abbiamo lanciato la Campagna nel Forum sociale di Porto Alegre, per esempio, l’abbiamo lanciata ufficialmente nell’accampamento dove operavano i sindacalisti della CUT. La CUT per questo motivo ha subito un intervento del governo locale. C’è stata una reazione molto forte da parte del governo di Roraima contro la CUT perché la CUT voleva realizzare il proprio congresso nell’area indigena Raposa Serra do Sol. Qui c’è stata una reazione di alcuni leader della CUT che sono legati al governo dello stato di Roraioma e che sono intervenuti duramente contro questa realizzazione.

P. Silvano: Chi sono questi sindacalisti della CUT venduti al governo?

André: C’è il sindacato dell’educazione, il sindacato dei lavoratori rurali, alcuni segmenti del sindacalismo pubblico, c’è un deputato del Partito dei lavoratori qui di Roraima che ha subito un’influenza da parte del governo di Roraima ed è intervenuto perché la CUT lasciasse la direzione della Campagna. Ripeto, la reazione dura del governo è avvenuta quando al CUT ha deciso di fare la propria riunione in area indigena. Invitando persino gli indios a partecipare al congresso. Si è creata quindi una situazione insostenibile. Siccome il congresso doveva eleggere un nuovo gruppo dirigente del sindacato e non fu realizzato, né in area indigena, né a Boa Vista, la CUT locale cessò praticamente di esistere. Tuttavia, dopo tre mesi, ci fu un intervento della CUT nazionale che ha prorogato il mandato della direzione attuale fino al dicembre 2004.

P. Silvano: Non è rivoluzionario ciò che è successo?

André: La partecipazione della CUT è fondamentale per la Campagna perché la CUT è un’istituzione molto rappresentativa. La CUT di Roraima è molto giovane, molto piccola. E per la CUT è molto importante l’alleanza con il mondo indigeno. Se la CUT si alleasse con il governo di Roraima sarebbe un disastro per tutti noi. E’ il momento di costruire una proposta politica che veda coinvolta la CUT perché il gruppo dirigente della CUT è un gruppo spettacolare. Però ha bisogno di autonomia. I sindacalisti sono persone molto impegnate. Ma è stato un processo nuovo anche per i sindacalisti perché non conoscevano gli indios e la Campagna permette anche l’integrazione tra il sindacato e i popoli indigeni. Io ho quindi la certezza che questo scambio tra indios e CUT è molto importante. Abbiamo una direzione della CUT fino alla fine del 2004 che per nostra fortuna è una direzione che non si farà comprare e che farà sempre gli interessi dei lavoratori. Noi speriamo e crediamo che questa CUT sarà solidale non solo con i lavoratori rurali ma con il mondo indigeno.

P. Silvano: Un’ ultima domanda. Dagli incontri sono apparse due linee di azione diverse. Una interna e una che interessa il rapporto con le organizzazioni esterne. La linea esterna potrebbe avere solo una finalità economica. Come giudichi questo intervento e questo aiuto finanziario per la Campagna?

André: Noi abbiamo chiarito che i nostri amici, i nostri alleati, non sono solo delle persone preoccupate per la nostra situazione economica, ma sono persone coinvolte nelle loro realtà in battaglie politiche. Noi abbiamo capito che ci sono degli alleati impegnati nelle loro realtà sociali. E’ comunque chiaro che dobbiamo interagire di più con gli alleati che stanno appoggiando la Campagna. Siamo arrivati a questa proposta di incontrare- anche qui a Roraima- questi nostri alleati per chiarire cosa noi possiamo offrire e cosa loro possono darci. Noi siamo coscienti del lavoro che dovremo fare, a partire dagli scambi culturali e politici tra le varie componenti della Campagna. Ma sentiamo una forte necessità di un maggior legame tra noi e i nostri alleati esterni. Stiamo cercando di realizzare un rapporto più stretto con i nostri alleati. L’importante è chiarire che abbiamo un gruppo limitato di persone; c’è una sola persona che lavora a tempo pieno per la Campagna. Io faccio il coordinatore ma lavoro ancora come giornalista nel Consiglio indigeno di Roraima, ed è molto difficile arrivare ad avere dei professionisti. Ho incontrato recentemente una ragazza giovane, una discendente di palestinesi, le ho fatto la proposta di lavorare per noi visto che sta finendo il corso universitario di giornalismo. Si è detta interessata, ma due giorni dopo ha detto che non le era possibile. Sicuramente c’è stata una pressione dei genitori perché qui è pericoloso lavorare con gli indios e nella Campagna. Noi cerchiamo di fare anche più di quello che materialmente è possibile fare. Siamo però soddisfatti di lavorare per costruire una nuova proposta, di non curvarci davanti al potere, davanti all’ingiustizia e di lottare per il futuro.

P. Silvano: Non pensi che il progetto economico, così come l’avete elaborato, vi costringe a impegnarvi oltre le vostre possibilità?

André: Il progetto economico è stato molto discusso ed è nato dopo molte riflessioni. Noi siamo in difficoltà per mancanza di professionisti. Professionisti (avvocati, giornalisti) che possano assumere questo lavoro non ci sono in Roraima. Se volete mandarli dall’Europa noi accettiamo!

P. Silvano: Tu pensi che si possa portare avanti questo lavoro se non si trovano altri professionisti?

André: Possibile, potrebbe esserlo; sicuramente noi facciamo tutto quello che può essere fatto. Siamo agli inizi. Stiamo lavorando al limite delle nostre possibilità, stiamo lavorando sulle urgenze, sulle necessità estreme. La nostra idea è di trovare un gruppo di persone che possano programmare, proprio per uscire dalla logica delle necessità, delle urgenze. Noi non siamo il potere qui a Roraima, non abbiamo il potere politico, abbiamo, però, il potere della giustizia, della verità, della conoscenza, della lotta. E affrontare le strutture del potere è molto complicato ma è qualcosa che anima parecchio. Per poter andare avanti, se non ci sarà un’équipe di lavoro, ci sarà un momento di stallo perché potremo dire che l’idea è buona ma non può essere realizzata. Le organizzazioni che partecipano alla Campagna hanno già il loro lavoro specifico. Gli indios continueranno a lottare per l’affermazione dei loro diritti, così pure gli agricoltori e gli emarginati delle città.

Noi, invece, come Campagna stiamo organizzando delle sfilate di protesta - nelle quattro domeniche di ottobre- contro l’impunità e la corruzione e contro la centrale idroelettrica di Cotingo, perché in area indigena. Il nostro lavoro ha creato così tante aspettative che invece di una Campagna noi dobbiamo arrivare a creare un Movimento permanente Nós Existimos E questo è un problema: come fare? Però le proposte che abbiamo sollevato hanno ottenuto molti consensi e siamo stati invitati, per esempio, la prossima settimana ad una conferenza sull’ambiente organizzata dall’università. Noi siamo invitati ufficialmente a molte iniziative promosse a Roraima dal governo federale, ma non sempre abbiamo la possibilità di parteciparvi. Ciò vuol dire che, invece di organizzare la festa per l’omologazione della terra indigena Raposa- Serra do Sol, finiremo per organizzare il funerale di André!

P. Silvano: Tu sei un coordinatore, André, senza coordinati. Io voglio che tu abbia delle persone da coordinare. Penso che i nostri gruppi in Europa capiranno bene che gli aiuti che spediscono è la forma prioritaria perché voi possiate continuare la Campagna.

André: Quando l’antropologa Silvia Zaccaria è stata qui, le ho potuto esporre la nostra situazione. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con o senza l’appoggio finanziario. Sto parlando del progetto ideale della Campagna. E’ un cambiamento strutturale e abbiamo una responsabilità enorme. Noi vorremo fare in un anno o poco più il cammino perso nei dieci anni precedenti. Dal ’91, quando Roraima è diventato stato, i politici hanno rubato i soldi del popolo di Roraima. Dobbiamo fare uno stato per il popolo. Dobbiamo recuperare dieci anni. C’è anche una rottura con un processo storico di circa 300 anni, da quando sono arrivati i primi colonizzatori a Roraima con la convinzione che l’indio dovesse essere schiavo. Dobbiamo convincere i cittadini comuni che sono sfruttati, così come lo sono gli indios, che devono organizzarsi, così come si sono organizzati gli indios. E capire che gli indios non sono esseri inferiori, incapaci. L’importante è accogliere le persone che sono emigrate qui perché erano, e sono tuttora, sfruttate. Bisogna rompere con questa dipendenza economica e politica. Abbiamo bisogno di "correre" contro il tempo. Io ho 27 anni, forse Lei ha qualche anno più di me, quindi conosce molto bene le fasi di consolidamento di questo processo. Agricoltori collocati in aree indigene, strade aperte in aree indigene, stermini intenzionali di indios, come Lei ha scritto nel suo libro "Massacro". Io sono di un'altra generazione, negli anni 80 ero ancora un bambino, ho visto questa élite dello stato che si è appropriata di tutte le ricchezze, dimenticando i suoi cittadini.

Silvano: Posso dirti certamente che il vostro è un lavoro molto buono e che potete contare sul nostro appoggio, non solo economico. Faremo in modo che non sia uno sforzo del ricco che dà al povero, ma uno sforzo di solidarietà.

André: Noi stiamo aspettando proprio questo. Sappiamo che esistono persone solidali che non sono d’accordo con l’ingiustizia. Io penso che le persone che lavorano con Lei in Italia sono preoccupate per l’ingiustizia presente anche là, così come noi siamo preoccupati per le nostre ingiustizie. E di qui nasce la consapevolezza di aiutarci tra fratelli. Io penso che il suo ruolo, Padre Silvano, sia molto importante, innanzi tutto per avermi dato ascolto…. Grazie.

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Moria di animali lungo i fiumi amazzonici probabilmente per un batterio sconosciuto
BRASILE
Giornale di Brescia 4 febbraio 2003


SAN PAOLO - Un batterio sconosciuto sta provocando un’ecatombe di coccodrilli, pesci e altri animali acquatici nelle acque del fiume Iriri, nel bacino amazzonico. Nelle ultime due settimane migliaia di jacarè (gli alligatori amazzonici), boa e pesci di ogni dimensione sono morti sulle rive dell’Iriri. Tecnici dell’Ibama, l’istituto ambientale brasiliano, hanno escluso la contaminazione o l’avvelenamento da metalli pesanti o altri sottoprodotti dell’attività umana e hanno scoperto la presenza nell’acqua dell’Iriri di una proporzione altissima di un batterio sconosciuto, che potrebbe essere la causa dell’ecatombe. L’Ibama ha vietato il consumo dell’acqua, ma la maggiore difficoltà è avvertire del rischio le popolazioni sparpagliate sui 400 chilometri del fiume, affluente dello Xingù, a sua volta uno dei grandi affluenti del fiume delle Amazzoni. Lungo l’Iriri sorgono vari villaggi di indios e la città di Altamira, di 120.000 abitanti.

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Porto Alegre 2003: un bilancio

di Redazione (redazione@vita.it)

29/01/2003

 

100.000 partecipanti, da 156 paesi con 20763 delegati di 5717 organizzazioni presenti. 4094 i giornalisti accreditati provenienti da 51 paesi. di Antonio De Filippis

 

Porto Alegre 2003. Un incontro che ha visto riuniti per cinque giorni secondo i primissimi dati circa 100.000 partecipanti, da 156 paesi con 20763 delegati di 5717 organizzazioni presenti. 4094 i giornalisti accreditati provenienti da 51 paesi di cui 3262 lavorano per testate di stampa , radio o televisioni. La stampa italiana era presente con 153 giornalisti per 83 testate

Una festa di colori, di suoni, di razze ognuna con le proprie caratteristiche somatiche, culturali, artistiche. Uno spazio di musica di teatro, di manifestazioni, di stand e bancarelle con materiali e prodotti provenienti da tutto il mondo. Un luogo di conferenze, dibattiti- 1286 laboratori e seminari, più una serie di incontri ufficiali e altri auto organizzati per un totale di oltre 1700 eventi - per approfondire con gli esperti, per conoscersi, per confrontare le esperienze e per pensarsi insieme in un'utopia che è già possibile.

I temi affrontati hanno ruotato intorno a cinque grandi aree:

1)Lo sviluppo democratico sostenibile

 

2)Principi e valori, diritti umani, diversità ed uguaglianza

 

3)Media, cultura e contro - egemonia

 

4)Potere politico, società civile e democrazia

 

5)Ordine democratico mondiale, lotta contro la militarizzazione e promozione della pace.

 

Si è parlato dei valori sottesi ad un nuovo mondo in costruzione individuati nella cura, la compassione, la responsabilità e la solidarietà. All'incontro su questo tema erano più di 15000,ad ascoltare non un gruppo rock, ma tre grandi intellettuali del nostro tempo.

 

Si è parlato di economia solidale e di ripresa di una sovranità economica attraverso la cancellazione del debito dei paesi poveri ed il controllo dei capitali. Dopo il fallimento della conferenza di Johannesburg sull'ambiente si è posta la necessità di trovare subito nuove strategie perché l'emergenza planetaria è già in atto ed a questo proposito ci si è dati appuntamento a Marzo a Firenze per il Forum mondiale dell'acqua.

Come salvaguardare i diritti, le differenze culturali e linguistici a tutti i popoli e come dare cittadinanza a tutte le componenti all'interno dei vari stati( pensiamo solo ai diritti negati agli indios del sud America o ai senza diritti come gli intoccabili dell'India): è stato un tema molto dibattuto.

In un intensa giornata di lavoro con 120 persone delegate da organismi dei 5 continenti si è deciso di dare vita ad una rete mondiale delle reti. Dal documento costitutivo:" Dopo aver contribuito perché questo movimento globale per le alternative passasse dalla protesta alla proposta, pensiamo che il processo del Forum Sociale mondiale deve avanzare con la costruzione di una rete di in- formazione e scambio capace di diffondere i contenuti e le proposte emerse nei vari forum continentali e tematici, di compartire le conoscenze sulle lotte sociali, di mettere in comune l'agenda permanente di tutte le iniziative contro la globalizzazione neoliberista e soprattutto, di divulgare e discutere le esperienze alternative che sono messe in atto nei diversi luoghi del pianeta.

La risposta alla globalizzazione del mercato e alla militarizzazione del pianeta è la globalizzazione dei diritti, l'impegno per il rispetto dell'ambiente, il lavoro tenace per la pace, la ricerca di strategie unitarie, di percorsi comuni, di collegamenti per rendere più efficace la lotta.

Insieme ai gruppi molto attivi in USA, agli europei, ai latino – americani e agli asiatici si è parlato di pace, il tema dominante del Forum e di come contrastare questa cultura di guerra in cui si sta precipitando. Ci si è dati appuntamenti, si sono individuate strategie ed azioni comuni. La prima scadenza comune sarà una giornata contro la guerra in data 15 Febbraio.

Porto Alegre e non Davos è stato il vero evento politico internazionale di questo tempo: nessun organismo è riuscito a riunire in pochi anni un movimento così numeroso, variegato e planetario tutto unito nella lotta contro un liberismo aggressivo che in nome del mercato ha deciso che metà dell'umanità non è necessaria e può anche morire ed il pianeta si può anche depauperare e distruggere ma nello stesso tempo rispettoso della diversità di ciascuno rispetto alla provenienza culturale o religiosa, agli ambiti e alle modalità di impegno.

 

."Un altro mondo è possibile" era lo slogan del forum sociale mondiale reso concreto e vero dalla elezione di Lula alla presidenza del Brasile: se in Brasile il cambiamento è stato possibile allora questo può avvenire anche in Europa, in America latina, in tutto il mondo.

 

L'entusiasmo, la speranza, la festa portata dall'elezione di Lula si è respirata anche al forum..

Lula non è l'espressione delle istituzioni, degli apparati, dei poteri finanziari o economici, non ha avuto l'appoggio dei media.. Lula è il frutto di un movimento popolare organizzato che è giunto a maturità. E' il punto di arrivo di un percorso iniziato circa 40 anni di presa di coscienza popolare e di militanza a cui anche la Chiesa ha dato il proprio contributo con le comunità di base. Sono nati così il movimento dei sem terras, degli indios, delle donne, della lotta alla fame, dei diritti sociali, degli afroamericani e altri ancora. Lo scorso mese tutto questo movimento insieme ha espresso Lula alle elezioni presidenziali. Lui si è impegnato nella lotta alla fame distribuendo meglio le ricchezze del paese, a fare la riforma agraria, a garantire una scuola di qualità, un'assistenza sanitaria di qualità, per la pace.

 

A Porto Alegre c'è stata unione ed incontro tra la città e i partecipanti al forum.

I brasiliani sono molto ospitali e generosi, non hanno temuto nessuna violenza ed infatti non vi è stato nessun episodio increscioso. L'abbraccio tra la città ed il popolo del forum è stato grande. Tutti i locali ed i negozi sono stati lieti di accogliere e di fare affari con questa popolazione straniera.

 

Purtroppo pochi facinorosi presenti in occasioni di incontri tra i grandi della terra e la complicità dei media coerenti con il principio che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, si fa passare tutto il movimento per la costruzione di un nuovo mondo come violento o pseud. tale.

 

Ma i fatti lo smentiscono: Il forum sociale europeo a Firenze lo scorso Novembre ed oggi Porto Alegre ne sono un segno evidente

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DIARIO DA PORTO ALEGRE. La Gazzetta del Mezzogiorno 29.01.2003
Migrazioni e appartenenze
Questo mondo? Possibile
crearlo in un altro modo



Porto Alegre (Brasile) Un altro mondo è possibile o, meglio, come più di qualcuno precisa, questo mondo in un altro modo è possibile: lo si avverte chiaro nell'aria e lo si percepisce netto dalla partecipazione della gente al forum mondiale no global.
Porto Alegre appare come un laboratorio a cielo aperto dove ognuno dà il suo contributo. Dove ci si scambiano esperienze reali. Dove si costruiscono proposte anche e soprattutto per invertire la rotta che ora scatena le migrazioni dal sud povero al nord ricco. Dove si canta e si suona, si vende e si scambia artigianato degli
indigeni delle selve e di quelli urbani. Dove si offrono prodotti liberi dai veleni della chimica. Dove si fanno mocassini dalle gomme delle auto. Dove si sta sperimentando una nuova moneta comunitaria chiamata "el sol". Dove si recita per le strade la falsa del neoliberismo e gli si leva la maschera. Dove si manifesta e si fa festa.
E cosa dire della gente? I cittadini di Porto Alegre considerano la propria città come la propria casa e ne hanno aperto le porte al mondo. Un esempio per tutti. Da qui scaturisce il primo concetto che fa la differenza con altre realtà ed esperienze, il sentimento di appartenenza territoriale. È questo che rende, come ha detto Edoardo Galeano in questi giorni, Porto Alegre capitale del mondo e modello di democrazia partecipativa. È questo che ci dà la prima grande lezione: la democrazia partecipativa resta un'utopia se non si partecipa, se non
si vive i luoghi, se non si vive la Terra che si calpesta, per usare le parole dei popoli indigeni.
Un'altro punto innovativo, misura della maturità del movimento e dell'accresciuta consapevolezza, è la scelta dei consumi. Al contrario del controvertice di Amsterdam del 1997 dove i manifestanti protestavano contro il
sistema ma non ne coglievano, per lo meno nella maggior parte, l'immediatezza nel rifiuto dei suoi prodotti, qui non si consuma una sola Coca Cola, non si veste Nike, non si portano le Adidas, non ci si ferma alla Mc Donald's. Da queste giornate risulta evidente che per cambiare è necessaria una rivoluzione culturale che passa necessariamente attraverso le scelte di consumo ed il cambiamento degli stili di vita. Non esistono icone da seguire. Si va oltre il concetto di appartenenza ad un gruppo portatore di qualsivoglia interesse, ad un'ideologia, ad una bandiera seppur colorata. Si riscopre meravigliosamente il concetto di appartenzenza alla Terra come esseri umani e pertanto la necessita' di prendersi cura della propria casa, dei suoi abitanti e quindi di se stessi. Un altro mondo e' possibile e, come qualcuno ha detto in questi giorni, bisogna organizzare i sogni!

Margherita Ciervo
Università di Bari

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La marcia di Porto Alegre, 30 mila «sì» alla pace

Il Social Forum parte con la sfilata no global. Oggi è il giorno di Lula: «A Davos dimostrerò che un altro mondo è possibile»

 

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI PORTO ALEGRE - «Paz, paz, paz». La mano di un ragazzo alza il piccolo cartello bianco e nero. Poi, altre mani: dieci, venti, trenta cartelli uguali. Ondeggiano gli striscioni larghi come lenzuoli con le parole che dicono no alla militarizzazione, alla guerra in Iraq, no al Fondo Monetario Internazionale. E il Forum va. Dopo l’inaugurazione ufficiale nell’aula magna dell’Università Cattolica (duemila persone, applausi al sindaco di sinistra di Porto Alegre, fischi contenuti al governatore di destra dello stato di Rio Grande do Sul), il popolo new global si trasferisce nel centro storico della città, tra le bancarelle traboccanti di frutta colorata del vecchio mercato. Colori tra i colori delle bandiere di tutto il mondo. Non si sfugge al rito della manifestazione d’apertura. E meno male che non piove più. L’acqua ha messo in crisi la tendopoli del Parco Harmonia che ospita 30.000 giovani, ma non rovinerà il corteo. Alle 6 di pomeriggio le nuvole si aprono, i 30mila contestatori sono in marcia. Prevalgono, naturalmente, i brasiliani, miscuglio di razze e tonalità della pelle. Gli indios hanno la corona di piume in testa, e la faccia dipinta. Ecco gli argentini, i venezuelani (dalla parte di C há vez «contro il golpismo della destra imperialista); e gli africani chiassosi, con i berretti arcobaleno. I francesi, gli italiani, i canadesi, gli americani (tanti, arrabbiatissimi contro Bush), e un piccolo gruppo di sudcoreani con gli occhi a mandorla, le magliette rosse, lo striscione bene in vista: stop alla globalizzazione neoliberista, stop alle privatizzazioni delle pubbliche industrie, stop alla guerra in Iraq... «Il Forum di Porto Alegre ormai è più importante di quello di Davos», ha scritto Libération , quotidiano della gauche parigina. Partigianeria? Può darsi. Sta di fatto che questo raduno alternativo, cresciuto in pochi anni, piaccia o no, s’è imposto all’attenzione dei media, sollecita l’interesse di governanti e politici. I new global , certo, sono sognatori, idealisti. Ostinati nelle loro idee, vogliono eliminare la fame nei Paesi poveri, vogliono un’altra economia, reclamano un fisco etico. Ma adesso vogliono soprattutto fermare la guerra. Quasi sicuramente non ci riusciranno. Eppure, non pochi pensano che qualche conto con loro andrebbe fatto. Inacio Lula da Silva, il neopresidente del Brasile e leader storico del Partito dei lavoratori, schierato con il popolo di Porto Alegre, sfidando le critiche dei più intransigenti, domani sarà qui: incontrerà le delegazioni del Forum e arringherà la folla, prima di volare a Davos, nella tana del lupo, proprio per dimostrare ai big dell’economia planetaria che «un altro mondo è possibile». Il suo tentativo ambizioso (e rischioso) è quello di gettare un ponte tra Porto Alegre e Davos. Del resto, il sospetto che la globalizzazione economica sia un affare per ricchi destinati a diventare sempre più ricchi e, viceversa, un danno per i poveri sempre più poveri, si va diffondendo anche fuori dal movimento. Ieri, durante l’inaugurazione del Forum, sono stati presentati i risultati di un sondaggio condotto tra 15.000 persone di 15 Paesi del mondo (Sud Corea, Germania, Argentina, Italia, Canada, Russia, Turchia, Gran Bretagna, India, Olanda, Cina, Nigeria, Usa, Qatar, Messico) dai quali si evince la diffidenza, per non dire la contrarietà, nei confronti del sistema economico liberista. La media dei dati indica, per esempio, che 55 intervistati su 100 ritengono che la globalizzazione accentri la ricchezza, mentre 38 sostengono che sia un’opportunità per tutti. Le cifre relative all’Italia: 62 la credono un pericolo, 31 un’opportunità. In controtendenza, si segnalano invece le risposte degli statunitensi (42, 49 per cento), messicani (37, 56), nigeriani (44, 53), e i cittadini del Qatar (41, 54). Oggi si entra nel vivo, con i dibattiti pubblici e i seminari: 1700 in 4 giorni. E, a sorpresa, a Porto Alegre è in arrivo anche Hugo Chávez, il presidente venezuelano, populista dal pugno di ferro. «Come semplice visitatore - spiegano gli organizzatori del Forum -. La regola prevede che nessun capo di Stato possa partecipare e tenere discorsi». Con l’eccezione di Lula, s’intende.

 

Marisa Fumagalli

 

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Porto Alegre, scatta l'ora delle strategie Il Nuovo 22.01.2003

L'emersione, la protesta e, ora, la proposta. Giovedì il terzo Forum mondiale, l'ultimo del Brasile. Alta la partecipazione: 100mila iscritti. Ambiziosi gli obiettivi: programmare un mondo diverso.

di Melissa Bertolotti

 

PORTO ALEGRE – Tre anni fa si sono guardati in faccia, si sono contati, hanno preso le misure e capito chi erano. Poi c’è stato il 2002, l’anno della diffusione delle resistenza, la progettazione delle alternative, la pianificazione della protesta contro la globalizzazione neoliberista del dopo 11 settembre. La terza fase, che si svolgerà dal 23 al 28 gennaio in Brasile, per il movimento di Porto Alegre rappresenta il momento della programmazione politica, della formulazione delle strategie, del confronto con il mondo sindacale. Con un obiettivo, concreto: creare una Rete mondiale dei movimenti sociali. Una struttura comune, che sia punto di riferimento e strumento di mobilitazione internazionale per creare un trait d’union tra i forum di tutto il mondo e rafforzare il peso di un movimento che, sempre più, attira l’interesse di partiti e istituzioni. E che, forte di un sempre più largo consenso, si appresta ad aprire una nuova stagione di proteste . La prima si terrà proprio giovedì, quando la cerimonia di apertura del Forum si trasformerà in una marcia per la pace capeggiata da uno striscione che recita: "Contro la militarizzazione e contro la guerra un altro mondo è possibile".

Dopo la fase del "no", alla guerra, alla liberalizzazione dei mercati, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse della Terra, l’ultimo Forum mondiale europeo che si terrà in Brasile (nel 2004 si trasloca in India) si propone di elaborare un documento che sia propositivo. E che formuli una reale alternativa al petrolio, e al conflitto che rischia di innescare in Iraq, che detti i principi per un’economia che controlli il capitale e punti sulla localizzazione, che si batta per il rispetto dei diritti e l’accesso, incondizionato, a scolarizzazione, salute e sicurezza sociale. Cinque le aree tematiche attorno alle quali ruota l’appuntamento 2003: "Sviluppo sostenibile democratico", "Principi e valori, diritti umani, diversità e uguaglianza", "Media e cultura", "Potere politico, società civile e democrazie", "Ordine mondiale democratico, lotta contro la militarizzazione e promozione della pace".

Una scommessa, quella della terza edizione di Porto Alegre, che vedrà centomila persone da 130 Paesi diversi "puntare" su un nuovo mondo possibile. Una forza, cinque volte più numerosa rispetto alla prima edizione dell’incontro promosso per contrapporsi al forum economico mondiale di Davos, che quest’anno si arricchisce di statunitensi (che con oltre mille iscritti saranno, dopo i brasiliani, i più numerosi) e di un centinaio di giapponesi. Si assottiglia, invece, lo spessore degli italiani (circa cinquecento, contro il migliaio della passata edizione).

Numeri e partecipazioni diverse, come differenti sono le componenti del Forum mondiale. Mille anime impegnate a "costruire camminando", come recita il subcomandante Marcos, cercando di evitare di cadere nel vortice che rischia di moltiplicare all’infinito la dialettica a discapito della concretezza.

Ad affrontare la sfida saranno, anche quest’anno, nomi di rilievo. Tra i conferenzieri Jean Ziegler, Noam Chomsky, Arundathi Roy, Leonardo Boff, Adolfo Perez Esquivel, Peter Rosset e il regista cinematografico Citto Maselli. Molto atteso l'appello che il presidente Lula rivolgerà alle grandi potenze economiche, agli Stati Uniti e all'Europa, affinché s'impegnino concretamente per aiutare le economie dei Paesi del Terzo mondo e aprano i propri mercati ai prodotti del Sud.

 

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PERCHE’ LULA E’ TRA I «NO GLOBAL»

 Corriere della Sera del 21.01.2003

IL SOCIALE Lula ha posto al primo punto della sua agenda la lotta alla fame e interventi nelle aree povere. IL COMMERCIO Il suo Brasile non accetterà subordinazioni e imposizioni da parte dei Paesi ricchi in tema di commercio internazionale. Lula lamenta gli squilibri, a favore di Usa ed Europa, dei meccanismi di scambio e promette di volerli modificare. Non accetta la nascita dell'Alca, l'area di libero scambio delle Americhe, alle condizioni finora fissate da Washington. Ha detto che il Brasile lotterà per vedere riconosciuti i suoi diritti prima di aprire ulteriormente il suo mercato.

L'ECONOMIA Il governo Lula ha promesso che il mondo della produzione (lavoro e impresa) sarà al centro dei suoi interessi a scapito degli interessi finanziari. Da storico alleato del movimento dei contadini senza terra, il PT di Lula ha promesso di accelerare la distribuzione di terre e i finanziamenti all'agricoltura.

LA POLITICA ESTERA Sul piano internazionale, come nel recente intervento sulla crisi in Venezuela, Lula vorrebbe un Brasile più determinato e meno dipendente dagli Stati Uniti.

 

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Almeno in 100 mila a Porto Alegre contro la guerra e il neoliberismo

 Corriere della Sera del 21.01.2003

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
PORTO ALEGRE - «Che non sia una vetrina... Una passerella di politici, morbidi in patria, finti-barricadieri dall’altra parte del pianeta», avvertono i militanti del movimento dei movimenti, in volo per Porto Alegre. Dove, dopodomani, si apre il terzo Forum Mondiale. Fucina culturale/strategica dei noglobal-newglobal del mondo. Magma che ribolle, moltitudine (quest’anno il numero dei partecipanti dovrebbe sfiorare i 100 mila) che si riunisce e si confronta su un obiettivo ambiziosissimo: cambiare il corso della storia, dominata dall’economia occidentale, quel «neoliberismo che affama i popoli più deboli e poveri». Loro, i contestatori, fanno sul serio. Dunque, guardano con disappunto gli «imbucati» ( in primis , taluni parlamentari moderati) che pretendono di esserci, ma con un piede dentro e uno fuori. Morale: non si respingono gli osservatori (i ragazzi più duri promettono fischi à gogo ), tuttavia chi partecipa ai seminari del Puc - l’Università Cattolica di Porto Alegre che ospita il Forum - deve possedere un pedigree ineccepibile. Cioè deve dichiararsi, senza se e senza ma, contro il neoliberismo e contro la guerra. Mali assoluti del mondo, secondo i new global. Tra l’altro, la guerra è il tema centrale del Forum 2003 («Come fermarla?», attorno a questo interrogativo si discuterà un’intera giornata), che s’intreccia con la concretissima prospettiva dell’attacco bellico all’Iraq. E non è un caso che la delegazione più folta, dopo quella del Paese ospite, quest’anno è composta da statunitensi. Circa un migliaio (più del doppio delle presenze del 2002), determinati a far comprendere che «non tutti gli americani sono seguaci di Bush». Il nome più illustre del gruppo è Noam Chomsky. Con lui alcuni intellettuali «radicali». Michael Albert, suo stretto collaboratore, per esempio, interverrà a Porto Alegre con il testo Life after capitalism partecipando al dibattito «Impero, guerra, unilateralismo». Ci sarà da perdersi, nel tourbillon di seminari (oltre 1.500) che spaziano tra i temi più disparati: Wto e Banca mondiale (da azzerare, secondo i new global), Tobin tax, diritto all’acqua, al cibo, alla terra («i servizi primari non si privatizzano»), migranti e rifugiati, ruolo dei governi e dell’Onu, i conflitti internazionali, educazione salute e sicurezza, democratizzazione dei media e nuove tecnologie. Gli slogan: da «Un altro mondo è possibile» (2001), a «Un altro mondo in costruzione» (2002), si passa oggi a «La strategia dei movimenti sociali». In parole povere: dopo l’affermazione sulla scena mondiale, dopo la crescita e i successi (vedi il Forum europeo di Firenze), come andare avanti. Dalle idee all’agenda. «Il dibattito non basta - ammettono i new global - occorre lavorare più efficacemente, incidere sulla realtà».
Raddoppiano gli americani, si diceva. Tengono la postazione numerica i francesi (per inciso, Attac - Le Monde diplomatique hanno «inventato» il Forum), crescono le presenze di africani e asiatici. Gli italiani? Erano gli stranieri più numerosi nel 2002, quest’anno si sono dimezzati. In tutto, circa 500 delegati. Disinteresse? No. Scarsità di fondi. I nomi noti del Social Forum (Agnoletto, Casarini, Caruso, Bernocchi eccetera) non mancheranno. Ha dato forfeit l’attesissimo Sergio Cofferati, stella nascente dei girotondini. Ma potrebbe presenziare da lontano in collegamento via satellite. Ci sarà Guglielmo Epifani, capo della Cgil. Ancora: una folta schiera dei politici di sinistra approda a Porto Alegre per i Forum dei Parlamentari e delle autorità locali. A scuola di «bilancio partecipativo», fiore all’occhiello (un po’ usurato) dell’amministrazione della capitale del Rio Grande do Sul. I new global aspettano al varco Walter Veltroni e altri sindaci di sinistra. A sorpresa, vola in Brasile anche l’onorevole fiscalista di Forza Italia, Vittorio Emanuele Falsitta. Dice di essere interessato alla finanza etica e alla Tobin Tax. E se ci sono altri, affrettarsi: è l’ultimo Forum che si tiene a Porto Alegre. L’anno prossimo, tutti in India.

Marisa Fumagalli

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MARCOS VERON UCCISO IN BRASILE DAGLI SGHERRI DEI FAZENDEROS

La Stampa 18/1/2003

Assassinato il profeta degli Indios senza terra

In Mato Grosso li aveva convinti a tentare, armati solo dei loro diritti, di rioccupare parte dello spazio che era stato rubato dai latifondisti Prima l´hanno picchiato poi l´hanno finito con un colpo di pistola

 

NON aveva mai tradito, non aveva mai ballato con i bianchi. Quelli che hanno provato, hanno mangiato il loro cibo, bevuto la loro acquavite, ballato la loro musica, poi hanno cercato invano di pentirsi e si sono uccisi. Marcos Veron, come gli eroi di Omero, era un uomo senza età, 76 anni, forse; e aveva voglia di continuare a vivere e combattere per la sua terra e la sua gente. Invece lo hanno ucciso alcuni guardiani, sgherri dei fazendeiros che hanno rubato la ricchezza e l´anima degli indios. Lo hanno picchiato a sangue poi lo hanno finito con un colpo di pistola, con burocratica, soddisfatta indifferenza. Veron era venuto in Italia, tre anni fa, invitato da «Survival» una delle organizzazioni che cercano di salvare dall´eutanasia popoli antichi e fragili (sono rimasti in pochi, è una causa che non è più di moda) e lo aveva annunciato, profeticamente: «Se mi porteranno via dalla mia terra mi faranno morire perchè è la mia vita e la mia anima». Aveva incontrato e commosso studenti delle scuole e autorità. A Napoli gli avevano regalato un cesto di terra e gli era parsa una buona profezia: un giorno sarebbe tornato con i suoi Kaiowà a pregare e a danzare nei luoghi dei padri. È il terzo leader indio ammazzato negli ultimi quindici giorni in Brasile. Nello stato del Mato Grosso del Sud, quasi al confine col Paraguay, sono notizie banali, nessuno certo si emoziona. Tutti vogliono qualcosa dagli indios: i latifondisti e le multinazionali la terra, le sette pentecostali l´anima, i rivoluzionari le braccia. Ma quando muoiono non lasciano rimorsi. Veron era un «cacique», un capo religioso, conosceva i segreti per guarire dai morsi dei serpenti, per mettere di buon umore il sole e stuzzicare la pioggia. Parlava con il Grande Padre ma da tempo le sue domande restavano senza risposta. Perchè i suoi Kaiowà, una delle famiglie degli indiani Guarani, vivevano da alcuni mesi come pezzenti, gettati ai lati di un´autostrada? La gente sfrecciava, senza degnarli di uno sguardo come se fossero animali molesti, noiosi come un rimorso. Perchè non potevano morire, come impone la religione, nella terra senza dolore, «la terra senza diavolo» come dicono loro, che può essere soltanto quella in cui si è nati? Marcos Veron li aveva convinti a tentare, a mani nude, armati solo dei loro diritti, di rioccupare parte dello spazio rubato. Una bestemmia pericolosa nel Brasile dove i latifondisti conoscono una sola legge, la loro. Lui, il cacique degli ultimi, dei dimenticati, era diventato famoso ma non era stato sufficiente: i vigilantes delle fazende e l´esercito che li spalleggiava li avevano cacciati via senza pietà. La tragedia dei Kaiowà, in fondo, è già scritta nel loro nome: sono «gli uomini della foresta alta» e quando i portoghesi sciamarono fino a qui in cerca di oro e di schiavi arrancarono davvero tra alberi maestosi come cattedrali. Adesso quegli alberi dove i Kaiowà cacciavano e parlavano con i loro dei (neppure lo zelo meticoloso dei gesuiti nel Cinquecento è riuscito a cancellarli dal loro cuore!) sono stati uccisi. E al loro posto dilagono immense distese di soia e di pascoli. I killer vegetali sono proprio i funzionari del «Funai», l´ente statale che dovrebbe difendere il diritto alla terra degli indigeni. Dopo gli alberi hanno cominciato a «uccidere» gli uomini, rubando la loro terra. Due secoli fa i Guarani occupavano il venticinque per cento dell´immenso Mato Grosso, oggi il loro territorio è raggrinzito all´uno per cento. Le comunità vivono assediate in lager sempre più piccoli, aridi e sterili, circondati dai campi e dai pascoli sontuosi dei fazenderos. Quando si rivolgono ai tribunali per aver giustizia i giudici danno ragione alle sciroppose formule degli avvocati dei latifondisti, oppure le pratiche spariscono nei tortuosi meandri degli archivi. In Brasile, per fortuna, gli indios ribelli non li bombardano più con gli aerei, non avvelenano più la loro acqua. È successo anche questo. Per zittire le proteste internazionali, in Amazzonia, alcune riserve sono state definite e tutelate, nel 1996 un Piano nazionale per i diritti umani sembrava aver scolpito nella pietra le loro libertà. Ma nel Mato Grosso del Sud i latifondisti usano una legge, quella della forza, che è più efficace ancora delle pallottole. Colonizzatori e allevatori possono, infatti, mettere in discussione impunemente i confini delle terre indiane e così la lenta avanzata si è fatta frenetica. Nelle riserve di Dourados e di Amambai non puoi coltivare e cacciare, gli uomini devono cercare un lavoro nelle fabbriche dove si trasforma la canna da zucchero, a centinaia di chilometri: una fatica che sfianca per poche decine di dollari al mese. È stato allora che la gente di Veron ha cominciato a uccidersi, per protesta, per gridare comunque che la vita gli era già stata rubata. I Kaiowà sono diventati il popolo dei bambini suicidi: Luciane, la più giovane, aveva nove anni quando l´hanno trovata impiccata a un albero. Dal 1985 al 1999, 319 indiani su trentamila si sono tolti la vita, la percentuale più alta del mondo. Gli assassini di Marcos, i giannizzeri dei signori della terra, li hanno arrestati. Oggi nel Brasile del presidente Lula si odono grida e programmi nuovi. Forse, un giorno, arresteranno anche i loro padroni.

 

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LULA
Mogano nelle scuole

Il mogano amazzonico abbattuto senza licenza e sequestrato dalla polizia sarà usato per fabbricare banchi per le scuole pubbliche nelle zone più povere del Brasile. Lo ha annunciato ieri il nuovo direttore dell'Istituto brasiliano dell'ambiente (Ibama), Marcus Luiz Barroso Barros, appena nominato dal presidente Inacio Lula da Silva. «Il mogano sarà trasformato in banchi di scuola per le zone dove opererà il programma Fame Zero lanciato dal governo in questi giorni - ha detto Barros - E' l'uso più utile che può essere dato al legname rubato dalle riserve. Il legname sequestrato meno pregiato sarà usato invece per la costruzione di case popolari». Barros, che è medico, ha annunciato che la priorità della sua gestione sarà la lotta al degrado ambientale e ai problemi sanitari che genera. «L'esclusione sociale passa anche per il degrado ambientale e l'inquinamento», ha commentato. Il disboscamento dell'Amazzonia e della Mata Atlantica sarà permesso, ha concluso Barros, solo quando saranno presentati progetti di rimboschimento intensivo approvati dall'ente.

 

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BRASILE/ LA TESTIMONIANZA
Lunedì 30 Dicembre 2002
Il presidente sia il guardiano dell’Amazzonia
La biodiversità della foresta tropicale costituisce il più alto patrimonio di vita naturale

di MÁRCIA THEÓPHILO*

Un popolo indio della foresta amazzonica ha realizzato nel suo linguaggio 16 modi diversi di descrivere il verde. Solo nel profondo di quella foresta si può coglierne così tante sfumature e significati. Distrutti gli uomini che erano capaci di scorgere 16 modi d'intendere il verde, distrutta ogni possibilità d'incontro con loro, resteremo per sempre esseri umani per cui il verde è solo verde. L'umanità avrà guadagnato in velocità di movimento ma chi può dire che il movimento sia più prezioso di questo colore.
A me ha sempre interessato il problema degli Indios, i primi grandi guardiani della foresta. Volevo capire a fondo la loro umanità così pura all'origine e per questo minacciata dalla degradazione esposta a grandi pericoli.
Attraverso i racconti di mia nonna india ho appreso il significato del profondo legame con la foresta e attraverso le mie esperienze sono stata portata a studiare le origini della cultura india. Mio padre è nato in Amazzonia, nell' Acre, nella terra dove è anche nato il mitico guardiano della foresta Chico Mendes. Nel mio lavoro ho cercato di fare una fusione tra memoria emotiva e culturale, tra poesia e documentazione, tra mondo arcaico e contemporaneo. Penso che senza la poesia non si possa raggiungere l'anima della foresta. L'antropologia è una disciplina che ha privilegiato gli oggetti e la cultura materiale. Io ho privilegiato il soggetto più leggero: l'anima. Non a caso sono poeta antropologa.
L'attuale governo di Luis Inacio Lula da Silva ha dichiarato: «Il nostro governo sarà un guardiano dell'Amazzonia e della sua diversità, io sarò un guardiano della foresta, il nostro programma di sviluppo darà uno sguardo speciale a questa regione e sarà marcato dalla responsabilità ambientale. Il nostro governo rispetterà e cercherà di rinforzare gli organismi internazionali e gli accordi internazionali rilevanti, come il Protocollo di Kyoto, e il Tribunale Penale Internazionale nonché gli accordi della non proliferazione delle armi nucleari e chimiche».
Da qui l'urgenza di salvare la foresta e i suoi esseri.
L'ultima catastrofe provocata in Amazzonia è un crimine contro la natura che ha le dimensioni di una tragedia. La biodiversità, le varietà di specie viventi, gli esseri umani e quelli che vivono nell'invisibile, le divinità e i miti si trasformano l'uno nell'altro. Anche la nostra cultura sparirà, come le nostre parole. La terra è un organismo vivente di per sé, capace di generare la sua autodifesa. La mia voce, la mia opera e l'opera di tutti i guardiani della foresta, come quella degli Indios, dell'attuale governo brasiliano, del WWF, del partito dei Verdi, sono generati da quella parte di autodifesa della natura. La parte opposta che tende alla distruzione, purtroppo, si nasconde dietro al falso sviluppo di un'economia che non bada ad un equilibrio possibile, devastando e lasciando deserti e devastazione insanabili.
Edward O. Wilson padre del termine "biodiversità", inteso come ricchezza e diversità di specie e di sistemi naturali con le loro variazioni genetiche, ha detto: «La perdita della diversità genetica e la distruzione degli ambienti naturali sono frutto dell'ottusità contemporanea che le nuove generazioni, non saranno disposti a perdonarci».
La foresta tropicale costituisce un ambiente biologico estremamente denso e vario sia per le sue forme di vita che per l'interazione esistente fra di loro. Se si pensa che in un solo grande albero possono coabitare migliaia di specie diverse che interagiscono con l'albero e fra di loro in centinaia di migliaia di modi differenti si può dedurre che il patrimonio naturale che potrà garantire il futuro dell'umanità raggiunge il suo livello più alto nelle foreste tropicali.
Una delle prime e fondamentali difese di questo patrimonio di vita è quella di studiare, documentare e inventariare questa biodiversità per poter conoscere tutto quello che c'è attualmente e quello che ancora potrà essere preservato.
La costruzione di una nuova prospettiva di sviluppo sostenibile esigerà un accurato investimento nella scienza e nella tecnologia, invertendo le priorità dei finanziamenti verso le diverse forme di economia solidale.
Nell'ultimo Summit mondiale svoltosi a Johannesburg, sulla terra e lo sullo sviluppo sostenibile, nonostante che gli Stati Uniti e altre nazioni siano tuttora ricalcitranti, si è sostenuto che l'epoca in cui viviamo è segnata drammaticamente dallo stato di salute del nostro pianeta, unica casa in cui viviamo tutti, nessuno escluso.
Sono consapevole che la scienza accresce la conoscenza e sviluppa le potenzialità umane, ma sappiamo anche dell'esistenza di pessimi consiglieri, uomini politici e l potere economico che dirigono un governo superiore a quello delle varie democrazie degli stati del mondo.
Questi tendono a spingere la scienza e lo sviluppo verso interessi di un mercato oscuro e tragico. Infatti, nella cultura occidentale gli alberi e i fiori sono considerati solo un ornamento o un paesaggio, mentre nella cultura Amerindia e in quella dell' Amazzonia, ogni elemento della natura è parte del tutto, di un microcosmo sigillato da relazioni naturali indispensabili uno all'altro.
Fino a poco tempo fa la cultura occidentale poneva l'essere umano come padrone della natura dandogli il diritto di manipolarla a suo piacimento. E' un sogno di onnipotenza da cui si sta svegliando l'umanità, l'uomo non è al di sopra della natura, ma parte di un insieme.
Con la mia poesia cerco l'origine antica del nome degli alberi, degli animali e dei fiumi. Ascolto la mia memoria e fra i suoi meandri ricerco delle parole che abbiano il suono e il significato delle cose dette dai popoli antichi della foresta. Scrivo queste parole e questi suoni e ad essi seguono sogni e sentimenti di estasi, terrori, abbagli.
* Poetessa brasiliana, ha pubblicato in italiano "I bambini giaguaro" e "Kupahuba, albero dello Spirito Santo".

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La Voce del Popolo del 10 febbraio ’02

Giovedì sera 31 gennaio il Salone Allamano dei Missionari della Consolata in c. Ferrucci 12 sì è riempito di gente di tutte le età che in un silenzio attento e partecipe, spesso anche commosso, hanno ascoltato le drammatiche e toccanti testimonianze provenienti dallo Stato di Roraima, in Brasile, sull'etnocidio in atto contro i 40 mila Indios che colà vivono, soprattutto dei popoli Yanomami, Macuxì e Wapichana. Carlo Miglietta ha raccontato l'invasione di quelle terre da parte dei fazendeiros, i latifondisti, dei garimpeiros, i cercatori d'oro, e dei madereiros, i commercianti di legna- me, che con ogni sorta di violenze si impadroniscono del territorio indigeno.

Un'antropologa romana Silvia Zaccaria, appena tornata da Roraima, ha sottolineato la gravità della situazione denunciando l'impressionante numero di suicidi tra le popolazioni autoctone del Brasile, gesto disperato prima estraneo alle loro culture. E ha portato agghiaccianti immagini relative alla militarizzazione delle aree indigene, con la costruzione di caserme addirittura! a ridosso dei villaggi, e le sequele di diffusione dell'alcolismo, della prostituzione, e del ripugnante fenomeno delle violenze sessuali di militari su donne indie. Inoltre ha fornito documentazione sulla nuova campagna di stampa contro la Chiesa, con libri e giornali che la accusano di voler «internazionalizzare» l'Amazzonia, nonché di praticare ogni sorta di traffici illeciti ai danni del Brasile.

Ha parlato quindi padre Silvano Sabatini, anziano e indomito difensore degli Indios, che ha raccontato di essere partito sessant'anni fa per convertire gli Indios, e di avere invece avuto motivo di personale conversione dall'incontro con essi: aveva capito che nella loro cultura c'erano grandi valori. Ha poi raccontato i suoi trent'anni di ricerche sul massacro del confratello padre Giovanni Calleri e della sua spedizione tra gli Indios Waimirì-Atroari, strage che il Governo attribuì agli Indios, ma che padre Sabatini, nel suo libro «Sangue nella foresta amazzonica», ha dimostrato essere stata ordita ed eseguita da multinazionali minerarie, con l'appoggio della CIA e della setta protestante MEVA (Missione Evangelica Ari1azzonia), interessate allo sfruttamento minerario dell'area.

Monsignor Aldo Mongiano, Vescovo Emerito di Boavista, la capitale dello Stato di Roraima, ha raccontato il suo drammatico impatto con una realtà di oppressione: e la coraggiosa decisione della Chiesa di Roraima della «scelta preferenziale dei poveri» a favore degli Indios, opzione che costò e che costa gravi persecuzioni alla Chiesa e allo stesso Vescovo. il vivace dibattito che è seguito a questi interventi, acutamente condotto dal giornalista Alberto Chiara, anch'egli testimone commosso del genocidio in atto a Roraima, ha sottolineato come la lotta per la sopravvivenza degli Indios non sia solo un dovere morale, ma un’esigenza per l'ecologia del pianeta terra.

Vaste adesioni sono arrivate al CO.RO. (Comitato Roraima di solidarietà con i popoli indigeni del Brasile), per creare un forte movimento di pressione nazionale internazionale sul Governo Brasiliano in difesa dei popoli indigeni tanto vessati.

Carlo MIGLIETTA

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Il Nostro Tempo del 3 febbraio 2002

Cristina Mauro

 

Gli indios Yanomami vivono nel cuore della foresta amazzonica. Le tribù dei Macuxi e dei Wapichana abitano da sempre nella savana. Oggi queste terre fanno gola ai bianchi, perché nascondono minerali preziosi per le industrie delle telecomunicazioni. Così, i diritti delle popolazioni indigene che una volta erano tutelati, adesso sono in pericolo: minacciati dalle multinazionali, sostenute dai politici, e persino dall'esercito. Sul destino di Davide attaccato da Golia fa il punto giovedì 31 gennaio a Torino un convegno voluto dai missionari della Consolata, "Difendere gli indios per salvare il pianeta", presente il vescovo emerito di Roraima, monsignor Aldo Mongiano.

La domanda con cui si apre il dibattito è inquietante: gli indios rischiano il genocidio? Sì, secondo i missionari: le popolazioni indigene, spalmate su tre stati del Brasile (Amazzonia, Mato Grosso del Sud e Roraima) , già ridotte a poche centinaia di migliaia, sono a un passo dall'estinzione. I loro diritti, fin qui riconosciuti (anche se poco tutelati), sono di nuovo rimessi in discussione. Il governo infatti ha voluto una commissione parlamentare d'inchiesta per fare luce sulle demarcazioni delle aree indigene, in particolar modo su quelle fascia di frontiera. Il presupposto. non scritto negli atti ufficiali, ma sulla bocca di tutti, è che gli indios siano pochi rispetto alla terra che rivendicano. Da qui la proposta, che suona come una condanna a morte: confinare gli indios nelle "riserve".

Già, la terra. Per i popoli indigeni è tutto. Nella terra piantano la manioca dalla quale ricavano la farina, per preparare le focacce, il loro piatto; base. Dalla terra prendo- no il materiale per costruire le loro capanne. Sulla terra, infine, scorrono i corsi d'acqua, fiumi e torrenti,. nei quali gli indios si dissetano, pescano, lavano i loro vestiti. La stessa identica terra adesso fa gola ai bianchi. Sia per quel che offre al suolo (legname pregiato, pascoli), sia soprattutto per quel che nasconde nel sottosuolo: oro, platino, diamanti, ma anche zinco, titanio, tungsteno. Dice il vescovo di Boa Vista, capitale dello Stato di Ro- raima, monsignor Apparecido Josè Dias: Finora non è passata la legge che dà il via libera all'incondizionato sfruttamento delle ricchezze minerarie nascoste nelle terre indigene. Ma fino a quando il Parlamento federale riuscirà a resistere alle pressioni di imprese, spesso multinazionali?

A Nord del Brasile, i bianchi arrivarono nel. 1915. All'inizio erano cordiali, si presentavano ai capi del villaggio chiedendo il permesso di allevare il loro bestiame. Proteste e violenze vennero in seguito. Le terre indigene furono invase prima dai fazendeiros, gli allevatori di bestiame, poi dai garimpeiros i cercatori d'oro. Risultato? Gli indios in pochi decenni furono decimati. Con le fucilate, a volte. O con le malattie, come varicella, malaria o morbillo, che prima ignoravano. Soltanto intorno alla fine degli anni Settanta, ;li indios cominciarono a prendere coscienza del rischio di una estinzione.

Decisero quindi di difendere la loro cultura. che poggia sulla comunità e non conosce la proprietà privata. Alloro fianco si è subito schierata la Chiesa. Negli anni Ottanta ecco la campagna internazionale ."Una mucca per l'indio", messa a punto dai missionari della Consolata e fatta propria dall'intera diocesi di Roraima: le popolazioni indigene, grazie all'acquisto di mandrie da far pascolare sullo loro terre. riuscirono a rivendicarne la proprietà.

Intanto. in Brasile cambiava la cultura giuridica, più attenta ai diritti degli indios. Nel 1973, il governo decideva di salvaguardare gli ultimi territori indigeni "demarcandoli". Nel 1988, la Costituzione federale riconosceva agli indios il diritto al possesso permanente. e all'usufrutto esclusivo. delle ricchezze naturali esistenti sul suolo, nei fiumi e nei laghi. Purtroppo, a quattordici anni di distanza, il 60 per cento del totale del- le terre indigene del Paese attende ancora di finire il lungo processo di demarcazione. Non solo. Nel governo c'è chi non riconosce la demarcazione prevista dalla Costituzione. come ad esempio nell'area Yanomami.

Ma il caso più emblematico riguarda la mancata demarcazione dell'area Raposa Serra do Sol, un milione e mezzo di ettari abitati da 15 mila indios, perché manca la firma del Presidente della Repubblica. Forti gli interessi delle lobby nel settore agricolo (coltivazione del mais), nel campo minerario, che vogliono le popolazioni indigene in piccole "riserve". L'anno scorso, si è messo in mezzo pure l'esercito, che rispolverando un vecchio piano di militarizzazione delle frontiere (il progetto "Calha Norte.)